Ep. Speciale – Nino Frassica: l’ultimo Vasari (ultimo episodio)

Nino Frassica con i suoi baffi e il suo folle modo di raccontare la vita ha scritto pagine importanti della comicità italiana. Protagonista per decenni dei palinsesti italiani, da qui il detto “di palo in Frassica”, è uno di quegli artisti a cui si può solo voler bene. Scoperto da Renzo Arbore, coperto dalla fama, è un vero e proprio ambasciatore della sicilianità nel continente. Genuino ma al gusto ricotta è da sempre capace di ridere e saper far ridere su tutto, senza cadere nella trappola dei luoghi comuni, dei laghi salati e dei mari bagnati. Vero e proprio idolo del nostro Carmelo Di Gesaro, con un episodio speciale a lui dedicato si concludono le 30Biografie semiserie.

Frida Khalo: icona accigliatissima dell’arte (podcast)

Icona dell’arte e dell’estetica un tanto al kg, Frida Khalo è la protagonista assoluta dell’orgoglio gay, dell’espressione incazzata, dell’amore tormentato e della decima puntata di 30 biografie semi-serie di personaggi che vorresti imitare!

Testo: Carmelo Di Gesaro
Voce: Edoardo Camponeschi e Ménéstrandise Audiolibri
Disegni: Anna Francesca Schiraldi e Schiraldi Art

Musica
The Show Must Be Go by Kevin MacLeod
Link: https://incompetech.filmmusic.io/song/4509-the-show-must-be-go
License: http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/

Software di registrazione: https://hindenburg.com/

Leggi il testo: https://www.ilmalvagio.it/2020/09/27/frida-khalo-icona-accigliatissima-dellarte/

Mostri: Geppone donne mature (5a puntata)

Geppone donne mature

Geppone è un quarantenne palermitano. Dalle foto che pubblica pare un ragazzo normale, di quelli che ne puoi incontrare tanti per strada e che passano inosservati.

Disoccupato, vive ancora coi propri genitori.

L’aspetto non è inquietante e visto cosa sta arrivando sulla mia casella di posta, è una miglioria.
Porta i capelli rasati, vestito come se fossimo sul finire degli anni ‘90. Sul profilo personale campeggiano decine di foto in casa. Sono più o meno tutte uguali. Lui sta in piedi e sempre con gli “occhiali da soli” (sono gli occhiali da sole, indossati per un selfie dentro casa”).

Tra queste, tante, tantissime, spicca il giubbotto rosso “el pampero”, evidente copia del famoso “slam” da neve.
Ecco le foto in casa, scattate non in modalità autoscatto, sono l’ evidente segnale di una famiglia opprimente, di quelle che ti fotografano perché sei veramente “bello”, ma solo a “mamma soja”.

Geppone è fotografato da qualsiasi angolazione e con qualsiasi simbolo familiare; un quadro dalla cornice dorata raffigurante un vaso di fiori finti; un divano letto con un plaid di flanella; appoggiato al mobile d’ingresso; mentre tiene la gondola, regalo di un viaggio a Venezia e poi, le più “interessanti”, davanti al mare di Isola delle Femmine.
Un grande classico della “singletudine” palermitana. Insomma, un saporito album di presentazione per aspiranti “mogliere”.

L’uomo, sin da subito si mostra un tipo insistente, un po’ sempliciotto, divertente (per me); infatti, pur non avendolo calcolato dopo avergli concesso l’amicizia, usava ripetere come un mantra la catena di presentazione.
A quel punto rispondevo con il tradizionale “pollice in su” e dopo qualche minuto tornava a presentarsi:

“sei di Palermo” ;
”sono Geppone”;
“tu” ;
“Perché non rispondi”.
Pollice in su.

Al quarto messaggio, dopo aver esaminato appunto il “curriculum da amico”, decido di rispondere ai messaggi.
E siamo già innamorati. Pensa.

Per educazione mi presento: “sono Zaira, 71 enne di Canciafrangia Tirrena, vicino Roma”.

Poco interessato alle risposte, Geppone, desidera esclusivamente accertarsi che“Canciafrangia Tirrena” non fosse troppo distante da Palermo e di volere una foto, per assicurarsi che dietro quel “cartoon” ci fosse una donna reale.
Ci vogliono svariati “no” prima che decida ad accontentare la sua curiosità.

“Canciafrangia Tirrena è vicino Roma, te l’avevo già detto!” rispondo piccato.

Poi passo qualche secondo su Google, cercando una settantunenne e alla prima immagine che trovo, sono io. Ero molto annoiato dal loop di domande e determinato a smorzare l’entusiasmo invio la foto di una vecchia con l’obbiettivo di smorzare la voglia di sedurre.

Ovviamente non succede quello che penso, anzi, Geppone chiede un’altra volta se sono di Palermo e poi parte con un “sei una bellissima donna”.

Immediatamente dopo, invia una sua foto, in piedi, dentro la stanza da quattordicenne voglioso. Con uno sguardo ammaliante, Geppone sta appoggiato alla spalliera di una sedia rossa, di quelle con le rotelle, infilata come consuedutine sotto la scrivania di ciliegio “mercatone uno”. Sul volto, gli immancabili “ray ban” a celarne lo sguardo.

Subito dopo arriva il messaggio “ti piaccio io”, la mia mente era pronta a dire “fai cagare”, ma la curiosità di capire dove volesse arrivare mi fece rispondere “sei un bellissimo ragazzo”.

Geppone a questo punto, spedito si lancia in un “peccato siamo lontani” a cui, turbato e divertito, sapendo dove voleva andare a parare decido di rispondere “per fare cosa”.

Dopo qualche minuto di “sta scrivendo” ecco la riposta del quarantenne:

“Ci faccio l’amore mi piace molto farlo con le donne che anno esperienza di sesso”.

Mentre penso alla risposta da inviare, mi accorgo con stupore ed un po’ di vergogna, che la foto inviata a Geppone è quella di una signora appena deceduta.

In pratica avevo fatto il download della copia di un’immagine che riproduceva la foto che sta in bella vista sulla lapide della signora.

La frittata ormai era fatta ed il mio amante era palesemente “straccotto” di una salma. Immaginavo il suo viso sudato, i ray-ban saldati sulla fronte, alzati appena sopra le sopracciglia, unti sulle lenti e saldati alla testa grazie al mix che calore del corpo e sudore copioso sanno creare.

Poco dopo la sua mano sulla patta, magari mentre la madre lo contatta per sapere cosa mangiare quella sera.
Mentre scorro quelle immagini, con un brivido freddo lungo il corpo, ho il colpo di genio per scaricarlo; spostare la conversazione usando un tema caro ai siciliani: la verginità.

“Sono singol da sempre, mi vergogno a fare sesso senza sposarmi”.

Geppone, incredulo, la butta là “tu vuoi sposarmi” e non si ferma più “mi vuoi sposare” e ancora “mi vorresti davvero sposarmi”.
A questo punto voi che avreste fatto? Ecco anch’io. “Perché no?” e rilancio con “hai un lavoro?”, in fin dei conti sono una settantunenne seria. Eh.

Geppone, risoluto, con una punta d’amarezza rilancia “per adesso non lavoro” ed io penso d’avere finalmente la chance per mollare la discussione.

Ma con la vittoria in tasca, il nostro impavido amante, dopo il mio “Geppone come facciamo, vivi con tua madre e tuo padre” avvia il dialogo finale, detto anche a “masculiata”.

“Si vivo con i miei genitori ho perso il lavoro tu stai bene come vivi”
“Pure con i miei genitori, non ho mai lavorato, mio padre, che adesso ha morto, era un padre padrone”
“E vivi con tua madre possiamo scambiarci i numeri di telefono che parliamo voglio conoscerti”
“Per ora no, però poi te lo darò”
“Tu stai bene economicamente”
“No, come faccio a stare bene se non lavoro”
“Quanti anni hai”
“Di nuovo? Ma sei rincoglionito? Ti ho detto 71”
“Ok va bene tu mi piaci molto ti voglio”
“Scusa Geppone, mia madre e caduta dalle scale. ci sentiamo dopo, ciao”
“Ciao ok va bene”

Fine della storia. Poi qualche giorno dopo.
“Ciao che fai dove sei possiamo messaggiare vorrei parlare con te”.

Nessuna risposta per Geppone.

Prima Puntata
Seconda Puntata
Terza Puntata
Quarta Puntata

Mostri (prima puntata)

Era il 2017 e celandomi dietro al profilo di una donna, mi ritrovai protagonista di un esperimento sociale; mi aggiravo su facebook e al di là del nome, avevo creato un’identità senza nessuna immagine che potesse far pensare che fossi realmente una donna, forse neppure che si trattasse di un essere umano e soprattutto senza minimamente far intendere che fossi li alla ricerca del sesso.

In poco tempo venni coinvolto in una serie di conversazioni surreali che cambiarono per sempre la percezione che avevo avuto fino ad allora del genere umano maschile.

Maria era uno pseudonimo casuale, un’idea che avevo trovato per sfottere di tanto in tanto gli amici (a cui per altro mi ero già rivelato). Quello che non mi aspettavo, è che in poco tempo, Maria, diventasse una persona reale e desiderata, una donna presa d’assalto da predatori alla ricerca del facile sesso. Erano uomini, di qualsiasi estrazione sociale, che utilizzavano la “mia” casella di posta come se fosse una bacheca di annunci pelosi senza neppure la classica tripla A “AAA… cercasi cazzo!”.

All’inizio ignoravo questi messaggi, più passava il tempo però e più cominciavano ad incuriosirmi. Fu così, che di tanto in tanto, presi a rispondere, anche se la maggior parte delle volte non davo loro conto. Rispondevo infatti in malo modo, ma quello che mi stupiva, era che non suscitavo alcun imbarazzo. Non c’era vergogna o risentimento. Venivo catapultato in dialoghi surreali, unilaterali, sempre allusivi e con poco spazio all’immaginazione. In quelle conversazioni, l’unica astrazione ero io che stentavo a credere che un profilo senza alcun riferimento potesse attrarre centinaia di uomini ogni giorno.

Mi ritrovai così all’interno di una mostra permanente di fotografie fatte a genitali, membri di ogni sorta e a centinaia di maschi che mostravano innocentemente i pettorali. Erano la loro esca nel mare, e in quel mare, il pesce, ero io. Tra loro, uomini adulti, sposati, alcuni evidenti disagiati ma anche insospettabili: impiegati pubblici, militari, baristi, imprenditori e tanti altri ancora che neppure riesco a ricordare.

Senza che me ne rendessi conto, il mio computer s’era trasformato in un contenitore del disagio sociale. Ero praticamente dentro ad una ricerca dalla quale non riuscivo a staccarmi. Volevo capire il mio genere, “capire come funziona il mondo” o almeno, questo mondo di mezzo, senza aspettare il classico gruppo di “esperton americani” che lo raccontano senza citare le fonti.

Quello che chiamai l’angolo dei mostri, era uno spaccato sociale con un punto di vista sull’umanità “unico”, incredibilmente libero e senza filtri, un’indagine di mercato sulla lussuria totalmente a “gratis”.

La scena si sostanziava di una lascivia sfrenata, incontrollabile, che trasformava persone comuni, normali, in predatori seriali. Si eccitavano per un pollice in su, un “grazie” forzato o un ammicco neppure lontanamente accennato. Qualsiasi reazione era capace di instaurare in loro l’inizio di una relazione voluta, desiderata, capace di suscitare emozioni reali.

Entravano in relazioni immaginarie e vi ci si tuffavano a capofitto senza alcuna perplessità; ti lasciavano il numero, ti inviano foto, ti tormentavano di video e chiamate a qualsiasi ora del giorno e della notte. Se non eri online, ti ritrovavi ingolfato tra centinaia di gif animate tristi che più o meno erano tutte uguali: la tazzina di caffè, il buongiorno o il mazzo di fiori.

Mi chiamavano “amore”, “amo”, “vita”, “tesoro”, “bellissima”, “gioia” con un vocabolario lento, ripetitivo e noioso, che non lasciava spazio neppure all’immaginazione. Un quadro dell’amore viscido e losco, di esseri che si masturbano seguendo sconclusionate conversazioni a senso unico.

Alla prima reaction, erano già in una storia con te e da quel momento non riuscivi a liberartene più. Poteva succederti di tutto.

Apparentemente miei simili, ma facevano paura.

La prima riflessione che mi viene da fare è che dopo ciò che ho vissuto, posso sinceramente affermare che se fossi una donna non uscirei di casa. Mi rinchiuderei in uno spazio di sicurezza perché se quello mi aspetta là fuori è quello che si trova in questo luogo, avrei paura a compiere qualsiasi passo.

Avrei paura di vivere, uscire, respirare. Non potrei campare sapendo che dietro a degli insospettabili si celano nascosti dei mostri dalla natura imprevedibile.

Il primo passo per riconoscerli è la finta moralità ma anche la socievolezza di cui si circondano È questa la prima evidenza di una devianza.

Che siano artisti, militari, pensionati, imprenditori, dipendenti pubblici, disoccupati, sono soltanto degli uomini, capaci però, di far perdere all’altro la serenità e la libertà.

Pubblicano santi, rose, frasi amorevoli ma alle spalle nascondono una personalità violenta e pericolosa.

Stay tuned.

Seconda Puntata
Terza Puntata
Quarta Puntata
Quinta Puntata

Avidi di sofferenze

Avidi

Creare identità è un mestiere complicato, un’arte da coltivare con estrema cura e attenzione. I dettagli sono come le briciole, se non le aspiri, poi attirano le formiche.

E chi si nutre di dettagli ha sempre fame.

Un po’ come quelli che si alimentano del dolore altrui.

Famelici assetati di sofferenza, di cortile, di suggestioni del peccato. Avversi alla felicità, pronti a speculare sul destino.

Goderecci nel trafiggere e affondare la lama nel momento del non ritorno. Distratti dall’avidità, ciechi nel calpestare la notte delle persone.

Avidi.

Vittime d’eroi distratti

Terrore per creare vittime e generare eroi. Sembra questo il trend della nuova generazione, degli antimafiosi 2.0, dei parolai di questa nuova stagione

Il carro armato per demolire l’antimafia è partito. I suoi cingoli sono pronti a distruggere quanto di buono si è riuscito fin qui a costruire; sensibilizzare l’opinione pubblica e formare una interiorità critica. A guidare la retata di coscienza, un anonimo plotone disorganizzato, che da questa partita, forse, non è riuscito per tempo a guadagnarci qualcosa.

C’è un astio pastorizzato, polveroso, rancoroso, accumulato come solo il tempo sa fare nelle cantine dove si conserva il vino buono, che poi, una volta aperto, nasconde il sapore acido e nauseante dell’aceto.

E loro hanno saputo aspettare. Ora sfornano tonnellate d’articoli ed inchieste che puntano a misurare la forza di una “contro controintormazione” che sembra desiderosa d’erodere ogni giorno il margine positivo conquistato dopo gli anni di morte e dolore.

Forse si è persa memoria storica della Palermo anni ’80, di proiettili e lupare, immersa fino al collo negli “anni di piombo”. O forse, peggio ancora, se l’augurano quella città sangue e merda che fu Palermo. Perché si sa, ovunque ci siano vittime, nascono gli eroi.

E quindi uccidiamola sta memoria, uccidiamolo sto presente che sta consumando la piazza.

“Questa antimafia non ce l’ha fatta, rifacciamola!” è il nuovo mantra dei parolai. “Tanto vale provare a ripartire da zero” dicono, appunto quasi un auspicio al terrore che generò la schiera di eroi veri,che celebriamo ancora e, degli eroi distratti che ne compromettono l’insieme.

Lo so, è una grave e forte provocazione, la mia, ma di questo passo torneremo a respirare quell’aria, come se questo clima infame non ci bastasse ancora.

Si deve fare molta attenzione, il baratro é vicino. Siamo vittime della distrazione, compromessi, affranti, ma non si può tornare indietro, non si può tornare al passato.