Mostri: Geppone donne mature (5a puntata)

Geppone donne mature

Geppone è un quarantenne palermitano. Dalle foto che pubblica pare un ragazzo normale, di quelli che ne puoi incontrare tanti per strada e che passano inosservati.

Disoccupato, vive ancora coi propri genitori.

L’aspetto non è inquietante e visto cosa sta arrivando sulla mia casella di posta, è una miglioria.
Porta i capelli rasati, vestito come se fossimo sul finire degli anni ‘90. Sul profilo personale campeggiano decine di foto in casa. Sono più o meno tutte uguali. Lui sta in piedi e sempre con gli “occhiali da soli” (sono gli occhiali da sole, indossati per un selfie dentro casa”).

Tra queste, tante, tantissime, spicca il giubbotto rosso “el pampero”, evidente copia del famoso “slam” da neve.
Ecco le foto in casa, scattate non in modalità autoscatto, sono l’ evidente segnale di una famiglia opprimente, di quelle che ti fotografano perché sei veramente “bello”, ma solo a “mamma soja”.

Geppone è fotografato da qualsiasi angolazione e con qualsiasi simbolo familiare; un quadro dalla cornice dorata raffigurante un vaso di fiori finti; un divano letto con un plaid di flanella; appoggiato al mobile d’ingresso; mentre tiene la gondola, regalo di un viaggio a Venezia e poi, le più “interessanti”, davanti al mare di Isola delle Femmine.
Un grande classico della “singletudine” palermitana. Insomma, un saporito album di presentazione per aspiranti “mogliere”.

L’uomo, sin da subito si mostra un tipo insistente, un po’ sempliciotto, divertente (per me); infatti, pur non avendolo calcolato dopo avergli concesso l’amicizia, usava ripetere come un mantra la catena di presentazione.
A quel punto rispondevo con il tradizionale “pollice in su” e dopo qualche minuto tornava a presentarsi:

“sei di Palermo” ;
”sono Geppone”;
“tu” ;
“Perché non rispondi”.
Pollice in su.

Al quarto messaggio, dopo aver esaminato appunto il “curriculum da amico”, decido di rispondere ai messaggi.
E siamo già innamorati. Pensa.

Per educazione mi presento: “sono Zaira, 71 enne di Canciafrangia Tirrena, vicino Roma”.

Poco interessato alle risposte, Geppone, desidera esclusivamente accertarsi che“Canciafrangia Tirrena” non fosse troppo distante da Palermo e di volere una foto, per assicurarsi che dietro quel “cartoon” ci fosse una donna reale.
Ci vogliono svariati “no” prima che decida ad accontentare la sua curiosità.

“Canciafrangia Tirrena è vicino Roma, te l’avevo già detto!” rispondo piccato.

Poi passo qualche secondo su Google, cercando una settantunenne e alla prima immagine che trovo, sono io. Ero molto annoiato dal loop di domande e determinato a smorzare l’entusiasmo invio la foto di una vecchia con l’obbiettivo di smorzare la voglia di sedurre.

Ovviamente non succede quello che penso, anzi, Geppone chiede un’altra volta se sono di Palermo e poi parte con un “sei una bellissima donna”.

Immediatamente dopo, invia una sua foto, in piedi, dentro la stanza da quattordicenne voglioso. Con uno sguardo ammaliante, Geppone sta appoggiato alla spalliera di una sedia rossa, di quelle con le rotelle, infilata come consuedutine sotto la scrivania di ciliegio “mercatone uno”. Sul volto, gli immancabili “ray ban” a celarne lo sguardo.

Subito dopo arriva il messaggio “ti piaccio io”, la mia mente era pronta a dire “fai cagare”, ma la curiosità di capire dove volesse arrivare mi fece rispondere “sei un bellissimo ragazzo”.

Geppone a questo punto, spedito si lancia in un “peccato siamo lontani” a cui, turbato e divertito, sapendo dove voleva andare a parare decido di rispondere “per fare cosa”.

Dopo qualche minuto di “sta scrivendo” ecco la riposta del quarantenne:

“Ci faccio l’amore mi piace molto farlo con le donne che anno esperienza di sesso”.

Mentre penso alla risposta da inviare, mi accorgo con stupore ed un po’ di vergogna, che la foto inviata a Geppone è quella di una signora appena deceduta.

In pratica avevo fatto il download della copia di un’immagine che riproduceva la foto che sta in bella vista sulla lapide della signora.

La frittata ormai era fatta ed il mio amante era palesemente “straccotto” di una salma. Immaginavo il suo viso sudato, i ray-ban saldati sulla fronte, alzati appena sopra le sopracciglia, unti sulle lenti e saldati alla testa grazie al mix che calore del corpo e sudore copioso sanno creare.

Poco dopo la sua mano sulla patta, magari mentre la madre lo contatta per sapere cosa mangiare quella sera.
Mentre scorro quelle immagini, con un brivido freddo lungo il corpo, ho il colpo di genio per scaricarlo; spostare la conversazione usando un tema caro ai siciliani: la verginità.

“Sono singol da sempre, mi vergogno a fare sesso senza sposarmi”.

Geppone, incredulo, la butta là “tu vuoi sposarmi” e non si ferma più “mi vuoi sposare” e ancora “mi vorresti davvero sposarmi”.
A questo punto voi che avreste fatto? Ecco anch’io. “Perché no?” e rilancio con “hai un lavoro?”, in fin dei conti sono una settantunenne seria. Eh.

Geppone, risoluto, con una punta d’amarezza rilancia “per adesso non lavoro” ed io penso d’avere finalmente la chance per mollare la discussione.

Ma con la vittoria in tasca, il nostro impavido amante, dopo il mio “Geppone come facciamo, vivi con tua madre e tuo padre” avvia il dialogo finale, detto anche a “masculiata”.

“Si vivo con i miei genitori ho perso il lavoro tu stai bene come vivi”
“Pure con i miei genitori, non ho mai lavorato, mio padre, che adesso ha morto, era un padre padrone”
“E vivi con tua madre possiamo scambiarci i numeri di telefono che parliamo voglio conoscerti”
“Per ora no, però poi te lo darò”
“Tu stai bene economicamente”
“No, come faccio a stare bene se non lavoro”
“Quanti anni hai”
“Di nuovo? Ma sei rincoglionito? Ti ho detto 71”
“Ok va bene tu mi piaci molto ti voglio”
“Scusa Geppone, mia madre e caduta dalle scale. ci sentiamo dopo, ciao”
“Ciao ok va bene”

Fine della storia. Poi qualche giorno dopo.
“Ciao che fai dove sei possiamo messaggiare vorrei parlare con te”.

Nessuna risposta per Geppone.

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Mostri: Stereotipato (4a puntata)

Stereotipato

StereotipatoClichè, un linguaggio elementare, spesso sgrammaticato e volgare. Una “fotografia” da film porno di bassa qualità; l’idraulico che viene a casa, il panettiere e lo sfilatino, la “casalingua”, per citare Fantozzi.

Un mondo stereotipato, di frasi fatte e banalità senza fine. Vuoto, perso nello squallore di una dinamica che si ripete senza senso e che probabilmente ripetono a catena di montaggio a centinaia di donne e presunte tali alla quale richiedono “amicizia”.

Conversazioni che cominciano e finiscono quasi tutte allo stesso modo, con un pallido tentativo di conquista in principio, che poi tracima nella penosa eloquenza volgare.

Cosa pensano delle donne è pressoché chiaro, cosa pensano di suscitare un po’ meno. Mi rifiuto di pensare che ci possano essere persone che accettino confronti di tale abbandono morale.
E non posso credere che questa industria della banalità, possa aver in qualche modo creato un “business” credibile e concreto del sesso.

Non posso pensare che uomini e donne, riescano ad incontrarsi nel piacere, con un vocabolario così misero e povero di “appeal”.

E oggi, alla luce di quanto ho letto e partecipato, sono sempre più convinto di quanto sia necessario un ripensamento delle formule sociali di questo paese.

Penso ad esempio all’educazione sessuale, al valore della parola, alla cultura più in generale. Necessitiamo di un ripensamento del significato del termine “coppia” e delle funzioni della “famiglia”.

Questa esperienza ha lasciato in me una profonda crisi individuale, una mancanza anche dal punto di vista sociologico sulla comprensione dell’essere umano, anzi, forse con più precisione, degli strumenti di cognizione.

Lascio questa mia testimonianza affinché questo possa essere un primo passo, un documento, per riflettere, discutere in modo un po’ più concreto del baratro dell’animo umano e degli angoli bui della nostra coscienza.

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Mostri: Un profilo mutante (3a puntata)

Un profilo mutante

Un profilo mutanteSe già non fosse abbastanza assurdo che un uomo si spacci per una donna, intraprenda relazioni virtuali, non volute con degli sconosciuti, ancor più incredibile è stato il mutevole profilo personale della stessa Zaira.
Talvolta mutevole persino con gli stessi interlocutori!

Decidevo infatti di creare delle storie diverse e di far nascere una Zaira dissimile con ognuno dei pretendenti. Ciascuno di loro dunque parlerà con una donna discrepante, seppur con lo stesso alias.

All’inizio in realtà fu assai complicato dover ricordare i dettagli di una storia, di una persona, rispetto ad un’altra, mi scrivevano in centinaia. Poco dopo invece, scoprii questa tendenza comune di non soffermarsi sui dettagli. Da quel momento tutto scorse velocemente e mi dedicai ad ognuno di loro in modo assai sbrigativo.

Il mutamento mi rese tutto più semplice e avevo la speranza che mi scoprissero. Costruivo storie di Zaira palesemente false in modo da indurre lo scrivente sedutorre a deduzioni facili. Non ci poteva essere una Zaira col marito in carcere e contemporaneamente vedova e poi ancora single da una vita.

Eppure, tutte queste incongruenze non inducevano i miei interlocutori a porsi delle domande su ciò che raccontavo. Andavano dritti ad un unico punto: scopare, fosse anche soltanto nella loro testa.

Non aveva alcuna importanza cosa dicessi, non prestavano attenzione su nulla e su niente. Quindi se a Dario dicevo “sono di Roma” e due minuti dopo di un paese che inventavo tipo “Mastronicola in Fidelcastro”, esso non nutriva alcun dubbio, probabilmente perché neanche leggeva.

Tutto questo chiaramente mi scocciava, avrei voluto delle reazioni sulla quale poi far nascere delle conversazioni. E invece niente. Continuavano a scrivere a raffica, provando a chiamarmi, videochiamarmi e poi tentando di invogliarmi con delle foto loro.

L’intraprendenza e l’assoluta mancanza di dignità personale infatti, è una cosa che accomuna praticamente tutta la comunità dei “mostri”.

Essi non si creano alcun problema ad inviare foto personali a torso nudo al primo contatto, ad il proprio numero cellulare al terzo messaggio o l’indirizzo di casa.

Infine, con un forte istinto di “sopravvivenza” non si mortificano nel ricevere risposte altamente lesive della propria immagine, perseguono nell’intento di doverti strappare un incontro di qualsiasi natura.

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Mostri: Chi è Zaira? (2a p.)

Zaira - mostri seconda puntata
Zaira - mostri seconda puntata
Nei panni di Zaira

Zaira è la protagonista assoluta di questo viaggio nell’abisso dello squallore umano. Un tuffo scoordinato nell’asimmetrico animo dell’individuo qualunque. Zaira è una donna, ma sono io.

È una storia vera, che, a parte i nomi di fantasia, non subirà censure.

La storia di Zaira, questo il nome della protagonista, come anticipato, si sviluppa per caso, quando uno scherzo muta inconsapevolmente in uno studio/inchiesta sui nuovi “mostri” che si nascondono tra le pieghe del web.

Poco dopo aver vestito i panni di una donna, infatti, mi ritrovai invaso da notifiche e richieste di amicizia, tante delle quali, mi parvero sin da subito un po’ inquietanti. I social network però sono così, dopo tanti anni non ci fai neppure caso a ciò che ricevi, figuriamoci poi quanta attenzione si può prestare ad un profilo fasullo. Mai mi sarei messo a filtrare.

Quello che mi stupì qualche giorno dopo è che cominciarono ad arrivare richieste sempre più strane, ma da un target preciso, seppur non individuabile per età o gruppo sociale, erano tutti “arrapati” dalla richiesta facile. Come avessero fatto a trovarmi non riuscivo a spiegarmelo. Probabilmente qualcuno di quelli che avevo accettato funzionava da cavallo di troia, della serie “questa ci sta”, proviamoci tutti insieme. Non trovo altra risposta all’ondata sempre crescente di “nuovi amici” con gli stessi istinti con il quale cominciai ad interloquire.

Ne venne immediatamente fuori un quadro desolante; ero entrato in un giro di “pistolettari” del sesso che mi tormentavano di chiamate, videochiamate, messaggi, “poke” e tutto quanto fosse nelle loro possibilità di utenti digitali. Una realtà che prima d’allora non avevo esattamente percepito.

Quello di Zaira è un profilo praticamente anonimo, con l’immagine personale tratta da un personaggio dei cartoni animati e neanche di quelli avvenenti. Scrive tra le informazioni di vivere a Palermo e non condivide, almeno fino a quando non decido di cimentarmi nel ruolo, praticamente nulla. Ci sono articoli di giornale, qualche like, condivisioni stupide e frasi fatte.

In “copertina” una donna di spalle e poi in seguito, fino alla fine dell’esperimento, una poesia stupida, scritta a macchina da scrivere per trollare un’altra comunità, quella degli autori de “ilmiolibro.com”, storia di cui parlerò in seguito.

Zaira, come dicevo, arriva sul web senza alcuno scopo, se non quello di deridere qualche amico e poi, in seguito, per monitorare la reazione ad alcuni post suscitata da un particolare bacino di utenza: casalinghe, pensionati, uomini e donne fuori dalla mia tradizionale rete di contatti. Insomma, volevo tastare il polso della gente su alcuni contenuti.

Lo scopo era ben chiaro, studiare le reazioni per sviluppare alcuni linguaggi di comunicazione diversi che riuscissero a raggiungere una porzione di utenti differenti dai soliti che frequentavo e che ormai sapevo intercettare.

Quello che non mi sarei mai aspettato accadde però, in messaggistica privata.

Stay tuned.

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Mostri (prima puntata)

Qualche tempo fa, inconsapevolmente, celando l’identità dietro al profilo facebook di una donna, mi sono ritrovato protagonista di un esperimento sociale; senza nessuna immagine che potesse far pensare che lo fossi, senza alcuna allusione che si trattasse di un essere umano e senza alcun cenno al fatto che cercassi qualcosa minimamente assimilabile al sesso, mi ritrovai coinvolto in una serie di conversazioni surreali che hanno inequivocabilmente cambiato la percezione che avevo del genere umano maschile.

In realtà avevo creato questo pseudonimo per caso, senza alcun motivo reale, stavo cercando una alter ego per scherzare con alcuni amici a cui mi ero già rivelato. Quello che non mi aspettavo è che pochi minuti dopo sarei stato preso d’assalto da un branco di illusi del facile sesso, scambiando la “mia” casella di posta per una bacheca di annunci pelosi da quotidiano domenicale, senza neppure un “AAA… cercasi”.

Spesso infatti questi messaggi venivano ignorati o risposti in malo modo, senza però suscitare al mio interlocutore alcun imbarazzo o, come mi sarei aspettato, risentimento. Dialoghi unilaterali, allusivi e alle volte neppure tanto astratti. Foto di genitali, membri e anche innocenti pettorali, inviati come un’esca nel mare. Tra questi, adulti, sposati, evidenti disagiati, insospettabili, impiegati pubblici, militari, baristi, imprenditori e tanti altri ancora che neppure riesco a ricordare.

Senza che me ne rendessi conto, uno spazio di scherno s’era trasformato improvvisamente in una ricerca dalla quale non riuscivo a staccarmi, del genere “capire come funziona il mondo” senza aspettare un gruppo di “esperti americani” che te lo racconti senza citare fonti. Uno spaccato sociale da un punto di vista “unico”, incredibilmente libero e senza filtri, un’ indagine di mercato sulla lussuria umana “aggratis” (per citare un carissimo amico*).

Una lascivia sfrenata, incontrollabile che trasforma persone apparentemente normali in predatori seriali. Eccitati per un pollice in su, un “grazie” forzato, un ammicco neppure lontanamente voluto. Qualsiasi reazione accennata, instaura in loro, l’inizio di una relazione scontata, voluta, desiderata.

Ti chiamano “amore”, “amo”, “vita”, “tesoro”, “bellissima”, “gioia” con un vocabolario lento, ripetitivo e noioso, che non lascia spazio all’immaginazione, il ritratto palpabile, viscido e losco, di uomini che si masturbano seguendo sconclusionate conversazioni in cui ti coinvolgono o pensano di averti coinvolto.

Creano reazioni immaginarie, in cui si tuffano a capofitto senza alcuna perplessità; ti lasciano il numero, ti inviano foto, ti tormentano di video chiamate e gif animate tristi. Al primo “contatto” sono già in una storia e da quel momento può succederti di tutto.

Sono miei simili, ma fanno paura.

Dopo ciò che ho vissuto, posso sinceramente affermare che se fossi donna non uscirei di casa. Se quello che mi aspetta fuori è quello che si trova in questo spazio, avrei paura a compiere qualsiasi passo.

Avrei paura di vivere, uscire, respirare. Dietro a degli insospettabili si celano mostri dalla natura incomprensibile. Che siano artisti, militari, pensionati, imprenditori, dipendenti pubblici, disoccupati, questi uomini hanno insinuato in me il dubbio di vivere in una società normale.

Anzi, posso certamente affermare che la finta moralità di cui si circondano, alla fine, è la prima evidenza della devianza. Se pubblicano santi, rose, frasi amorevoli, alle spalle nascondono, quasi sicuramente, una personalità violenta e pericolosa.

Stay tuned.

*Gianpiero Caldarella, autore della rubrica “aggratis” su Balarm.

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