L’effetto acquario su un treno per Rebibbia

L'effetto acquario su un treno per Rebibbia

Fare molti spostamenti quotidiani, ti regala una visione diversa della città in cui risiedi. Ad esempio, stare seduti in metro, e quando vi capita sta botta di culo, vi consente di avere una prospettiva sulle banchine d’attesa, che io chiamo appunto “l’acquario”. 

Un punto di vista del tutto differente rispetto alla corsa in piedi e che oggi, con un po’ di attenzione in più del solito, mi ha regalato una nuova suggestione sull’essere umano.

Se infatti è del tutto normale aspettare una metro, salire sulla metro, scendere dalla metro, è assai più interessante osservare dall’altro lato della barricata, seduti, ad osservare cosa succede a chi sale e chi scende da quel treno.

Quando infatti il viaggio assume la sua dimensione monotona è all’ispezione dello spazio che consegniamo lo scettro del nostro tempo. E’ alla vista che affidiamo le chiavi della nostra sopportazione all’inefficienza dei trasporti, di quegli spazi mobili angusti e puzzolenti.

Durante gli spostamenti, in genere, non accade nulla di interessante, al massimo, provi a flirtare con la tedesca di turno, che ovviamente, non ti caga di striscio. Puoi sgomitare per sederti lì dove quel vecchio s’è appena alzato o lottare per sopravvivere all’ascella del ragazzetto di fianco. Un primo segnale questo, che forse con le branchie, i viaggi in metro, avrebbero un sapore, anzi un odore, del tutto diverso.

I pesci, c’avete mai pensato ad una metafora tra gli uomini in attesa di qualcosa ed i pesci spensierati in un acquario? Io sì.

Eccomi arrivare alla fermata successiva, una di quelle grandi, dove l’attesa alla banchina è nervosa come un’entrata sul palco del Colosseo. Dietro, davanti, di lato. Chiunque ti spinge, ti scosta, ti supera. E poi arriva il treno per Rebibbia.

Le persone si muovo ipnotizzate e sincrone, come un banco davanti alla preda, sul treno in frenata. Per capirci, immaginate quello spostamento simultaneo dei pesci verso il padrone che si avvicina col cibo, pronti ad arrivare per primi. Nell’uomo, l’obiettivo è la porta. Poi, una volta spalancata l’entrata, tutti a fiondarsi sull’unico spazio rimasto, fino a morire.

La prova certa che l’uomo, come affermato in uno studio di qualche anno fa, discende dai pesci e non me ne vogliano le scimmie. 

Buona serata e buona piccola visione.

Pendolare senza ritorno a Roma

Pendolare senza ritorno

Conoscete quella sensazione che si prova a nascere in una terra che non offre alcun collegamento veloce con il resto della nazione? Ecco quella curiosità che vi coglie, guardando film, tv e persino notiziari, dove pendolari per amore, per lavoro o semplicemente per vivere, passano un po’ del proprio tempo su un treno.

Beh, prima di lasciare la Sicilia avevo sempre immaginato, forse sognato, un giorno, di vivere il viaggio come esperienza del quotidiano, insomma, sognavo di fare il pendolare.

Lo anticipavo qui, adesso ve lo racconto.

Se anche voi, come me, siete nati al sud, anzi in Sicilia, allora leggendo questo post, capirete bene di cosa parlo. Di come ci si immagina il mondo, di come si muova questo mondo che noi chiamiamo “continente”,  come ad indicare la distanza tra lui e tutto ciò che sta fuori dalla nostra regione. 

Quello che non potevo immaginare, pur essendo un tipo “informato” è che in realtà, dietro alla vita del pendolare si nascondono nervosismi che neppure lontanamente possono essere condivisi da chi, per lavoro in particolare, non è costretto ad utilizzare il mezzo pubblico di una grande città.

Quando stavo a Palermo, immaginavo queste giornate che scorrevano scadenzate dal ritmo del treno, giornate che nascevano e morivano con i titoli di coda, un fischio in lontananza e una paletta sul cielo. Immaginavo che alla fine sarebbe stato comodo spostarsi senza doversi preoccupare del parcheggio, del parcheggiatore e dei parcheggianti. 

Credevo, illudendomi, che per compiere un tragitto, avrei impiegato il tempo necessario; arrivare a piedi, salire e scendere dal treno.

Per carità, avevo sempre ipotizzato che quella del pendolare fosse una vita di sacrifici enormi. Sapevo che almeno in termini di tempo rinunciasse, per dire, ad un ora di sonno, di famiglia, di libertà, per compiere il “viaggio”. Uno spostamento necessario per tutti, ma che lo avrebbe portato in prossimità del luogo di lavoro senza alcuna altra preoccupazione. Allo stesso tempo pensavo alla mia di vita, passata ad urlare, controllarmi sui fianchi e divincolandomi dal cretino di turno. Guidando nervoso e stressato sotto il peso traffico.

Pensavo dunque che ci potesse essere un’alternativa felice a quelle cose che noi, al sud, in genere, facciamo in auto o al massimo, con l’auto di un altro e comunque entro tempi ragionevoli, posteggiando, nel bene e nel male, in prossimità dell’ingresso di qualsiasi luogo.
Ecco. Queste cose così. 

Quello che non mi aspettavo sono le incognite lungo il tragitto. Naturali, per carità, ma che fossero superiori alle certezze, quello no. Che ne so, ero convinto di prendere il treno delle 6.20, mi aspettavo di arrivare alle 7.35 a destinazione, compiendo appunto, quell’ora di tempo (chiaramente per il mio caso) che mi serviva, secondo fonti ufficiali, a percorrere il tragitto casa-lavoro e viceversa al ritorno.

Era appunto pensiero. Poi c’è la realtà. Quella che scopro ogni giorno.
E allora, giusto per rendervi partecipe di ciò che significa essere pendolare da queste parti, vi racconto qualcosa di ciò che è successo nell’arco di un mese, percorrendo il tragitto che porta da Orte a Fiumicino, lungo la linea ferroviaria e poi da Tiburtina a Piazza di Spagna, attraverso la linea metropolitana.

Intanto, per comprendere meglio questa storia, è giusto sapere che all’interno della città di Roma ci si può muovere, oltre con i tradizionali Bus e Tram insieme a tre linee metropolitane, la A, B e C ma anche treni urbani chiamati FC ed FR che fanno tappa in alcuni punti della città e della provincia (per approfondire qui ci sono informazioni utili ) anche con le auto in sharing.

Me cojoni! Starete pensando voi. L’ho pensato pure io mentre scrivevo il paragrafo precedente e l’ho pensato pure per quasi quarant’anni quando nella capitale, ci venivo da viaggiatore occasionale. E lo penserei ancora sapendo che a Palermo ci si continua a muovere prevalentemente con mezzi propri nonostante la nuova grande ztl ed il “magnifico” tram. 

La prima cosa che ho imparato a mie spese, è che un orario non vale un orario. E non intendo la differenza tra ora di punta e l’altra, parlo proprio di ore in termini di spreco di tempo. Scegliere l’orario giusto infatti, è strategicamente determinante per la sequela di eventi che potrebbe capitarvi. L’ora che stimavo necessaria via via è diventata il doppio e non perché sia stato scarso nel calcolarla, bensì perché un imprevisto tipo, in territorio romano, vale almeno un’ora di ritardo sulla tabella di marcia. 

Fermata ponte lungo - pendolari

Ammesso che vi vada bene ciò che farete nel tentativo di rimediare.
Se vedete difatti gente per roma che sembra sul punto di cagarsi addosso, in realtà, sta solamente compiendo uno dei riti quotidiani di migrazione casa-lavoro.

E no, a Roma non c’é una grande “evacuazione” di massa, ve lo confermo. Chiappe strette, per diminuire l’attrito e zaino incollato al corpo. Si corre, corriamo, superando chiunque, pure noi stessi ormai schiacciati dal passo successivo.  Si corre, come se fosse l’ultima volta che facciamo qualcosa o appunto come quando, quel qualcosa, potrebbe farci passare un brutto momento.

Sembra tutto stereotipato, raccontato per scrivere e riempire due righe, eppure, vi giuro, è veramente così, sempre, ogni giorno. Roma è una nuova Milano, inghiottita dal suo grigiore e ormai, con le sue paure. 

Una volta qui, ci si abitua, neanche te ne rendi conto. Pure ioche vengo dalla terra della lentezza, dove la pausa caffè prevede la pausa ammazzacaffé, che prevede un quarto d’ora per la sigaretta. Anch’io cammino all’ultimo sorpasso di una vecchia, una giapponese in preda ad un raptus da selfie, un turista in preda al calzino impigliato sulla fibbia della ciabatta.

L’incognita infatti è sempre l’umano più avanti. Il tragitto casa-lavoro è un episodio di “Fast and Furious” ma a piedi con il turbo a nitrocaffeina. Siamo costretti dai tempi. Se perdiamo la corsa, chissà cosa può capitarci più appresso.

So bene che ciò che scrivo può sembrare uno sproposito. Ma giuro che in questo brevissimo lasso di tempo, ho avuto modo di sperimentare che un’ora, è soltanto una cifra, una stima che mi sento di riportare a seguito di una media di calcolo fortunata. 

Mi è altresì capitato che un pomeriggio, improvvisamente, i treni, abbiano smesso di funzionare per tre ore e che, ancora più inspiegabilmente, sullo stesso binario, unico in quel tratto, transitassero in orario, manco fossero quelli speciali del Dvce, i treni “Leonardo express”, che muovono i passeggeri dalla stazione Termini a Fiumicino senza fermate intermedie. 
Un mistero.

I passeggeri più maligni paventavano astratti contratti e clausole di rimborso per i viaggiatori ritardatari verso gli aeroporti muniti di biglietti di imbarco e dunque, di conseguenza, malevoli tentativi della compagnia ferroviaria di nascondere inefficienze della linea urbana, dietro improbabili guasti. Sono voci e le riporto come tali, senza alcuna prova e senza alcun oggettivo riscontro. 

Fatto è però, che pareva assai strano che un binario bloccato da un treno guasto, fosse allo stesso tempo funzionante per un altro treno. Assai strano ripeto.
Mentre ero li intanto, nessuno era in grado di spiegare in modo razionale la cosa, men che meno il personale delle ferrovie che in queste occasioni passa in modalità “aereo” o per capirci meglio, Messina Denaro che nel momento in cui lo becchi sta già in modalità Provenzano. 

PendolariUn’omertà insopportabile, utile soltanto ad accrescere la rabbia e lo svilimento per situazioni imprevedibili, e ci sta, e continue, e qui mi incazzo.
E quando uno si incazza, crede più’ facilmente ai complotti. Pure quando non sono supportati da niente e a proporli sono dei pazzi. E la voglio prendere larga.

Già, perché il giorno prima la stessa tratta era stata colpita da un presunto fulmine che ne avrebbe interrotto la corrente, causando, nel pomeriggio poi, avrebbe causato disagi. Guasti successivi, verificatesi nello stesso orario in giorni diversi, sempre dopo le 17, come quando transitavano soltanto i “Leonardini”.  Coincidenze, per carità. Ma quando uno è incazzato…

Casi, imprevedibili, come quello accaduto ancora il giorno precedente della stessa settimana, quando una gelata, oh una gelata eh, ha bloccato i treni del mattino facendoli ritardare di trenta minuti ciascuno. Pensate cosa direbbero gli svedesi di noi.

E casi, prevedibili, come il venerdì della settimana precedente, quando uno sciopero sindacale ha rallentato tutto il sistema di mobilità pubblica senza una via d’uscita.

Capii dopo perché nei giorni precedenti lo sciopero, sentivo un vociare continuo dalla quale usciva sempre la parola ferie. Ferie ovunque, udivo quella parola come si sente natale a dicembre. Ci si preparava ed io non capivo. Arrivato il giorno, compresi il motivo di quel tanto discutere. Chi poteva se ne stava a casa, al calduccio. Senza preoccuparsi e senza doversi preoccupare di sopperire alla negligenza, non di chi ha il diritto di scioperare, sia chiaro, ma del resto.

Una mobilità scassata ed indispensabile per muoversi all’interno di una ztl che non ti permette di accedere al perimetro cittadino, rintanati, manco fossimo sotto l’assedio dei barbari.

Barbari a cui auguro di non avere disabilità, perché sappiano che quasi tutte le scale mobili della città sono guaste, anzi, “out of order” come amano scrivere qui, fuori servizio.

Come quelle che conducono da piazza di Spagna al parcheggio di villa Borghese, che tanto vale lasciare l’auto direttamente sotto casa che farsi un chilometro sottoterra facendosi scalinate che manco a Sanremo o come quelle che crollarono nel pre-partita di una partita della Roma, che causarono qualche ferimento e il sequestro dell’intera fermata “Repubblica” di cui non si hanno notizie se non che è stata “momentaneamente soppressa”.

Per non parlare dei misteri della linea metropolitana B, unico caso al mondo di cinque minuti d’attesa che diventano dieci, manco fosse un panificio col pane in forno, ma anche l’unico caso che conosco di stazione che non annuncia ai passeggeri in attesa che è inutile che aspettino in banchina perché un guasto, un altro, ne ha bloccato le corse da più’ di venti minuti.

Che poi se non fosse che si viaggia schiacciati come sardine, che ti scippano, che ti spingono, che tutto puzza come una conceria del maghreb, alla fine i mezzi che offre Roma sarebbero anche utili.

E va bé, ammetto di essere polemico.
Polemico al punto da cambiare ogni mattina la tratta, manco fossi Paolo Villaggio in Fantozzi, alla ricerca di un minutaggio ottimale e ottimizzato, per percorrere la tratta casa-lavoro, cercando di sprecare il meno possibile un patrimonio di minuti che di solito amo dedicare alla colazione.

Eh no. Non me la merito la colazione in questa città. Perché a Roma auguriamo di non fare la stupida la sera, ma è la mattina che dovrebbe evitare di fare la zoccola. Ah le zoccole. Che belle le zoccole sulla salaria. Le vedo ad ogni ora del giorno, quando, bloccato nel traffico, ci teniamo compagnia.

Ma lo so, lo so, che le grandi città sono piene di problemi. L’ho sempre saputo, Palermo è grande, non grande grande, quanto Roma, ma grande. Ma pure Parigi è grande, e non ho mai sentito Parigini lamentarsi che la mattina spariscono i treni senza alternative per andare a lavoro.

Eh no. Forse si lamentano in francese, i francesi.

P.s.
Il pezzo é stato scritto tra un’attesa e l’altra, in ogni caso, o sui treni o in stazione. Il tempo c’è stato.

“Stranger scary”: sopracciglia pericolose

"Stranger scary": sopracciglia pericolose

Secondo uno studio che ho ultimato questa mattina, pochi minuti fa, anche in questo istante, la forma delle sopracciglia “innaturali”, vorrei dire anche sovrannaturali ma in realtà soltanto sovra cerebrali, rende le espressioni delle persone stupide.

Alle volte anche eccessivamente stupide e pure stupite.

Nel mio caso poi, le trovi sul treno Orte-Fiumicino quando per tutta la tratta, ti accorgi che qualcuno, insistentemente, ti osserva con fare stupito. Tu cerchi di capire, indagare e nel frattempo ti fai delle domande. Poi ti sovviene un’idea, qualcosa che non quadra c’è. Li osservi e sembrano il “Joker” interpretato magistralmente da Jack Nicolson nel “Batman” di Tim Burton. Solo che il sorriso ce l’hanno in fronte mentre le labbra stanno cucite. 

Allora pensi al fattore meno piacevole, c’hanno un problema diverso. Ma no! Si vede che non è un fattore involontario. Dietro c’è uno studio, una mano o forse due. Te lo dicono quei peli arrotondati, tirati, a volte smontati, visibili e impossibili da ignorare. Ti fanno pensare al peggio, ma sono già loro il peggio.

Insomma, c’è un problema di evidenza. Uno di quelli che dovrebbe essere tale anche al possessore di quegli sguardi di plastica che simulano opere d’arte contemporanea, da museo delle cere. Un’offerta al pubblico, spero gratuita, realizzata dal/dalla estetista, amica, amico, sorella, della signora e, ahimè, sempre più’ spesso del signore, difronte a me.

Un disegno che definirei non propriamente riuscito, anzi per niente.
Resta poco da fare dunque. Ormai è successo. Per il futuro però, se posso darvi un consiglio, se vi rispecchiate in questo scritto, fatevele due domande e cambiate estetisti. Se per voi è veramente troppo importante, proprio dovete, fate in modo che siano bravi, di quelli veri. Non fatelo da soli e non fatelo fare al primo parente o amico che passa. 

Smettetela di mozzarle, arcuarle, arrotondarle, etc etc, che poi appaiono modificate con gli strumenti “clipart” di word ’98. Non era bello vedere quegli obbrobri nei loghi fatti in casa, figuratevi in faccia.

Non siete proiettati in una puntata di “Stranger Things” con gli anni ’80 davanti. Siete in un treno che da Orte vi porta a Fiumicino e nella migliore delle ipotesi, state andando a lavorare. E non è bello lavorare quando Jack Nicholson ti osserva in modo inquietante e stupito. Figuratevi sul treno, quando vi siete alzati da dieci minuti ed il vostro astante non ha ancora preso neppure il primo caffè. 

E per gli uomini, che già dovrebbero evitare interventi sulle sopracciglia a prescindere, smettetela anche d’usare i “mennen’s” del supermercato ricevuti a natale degli anni ’90. Non è che per forza, dico per forza, siete tenuti ad usare un regalo. Non appestate l’aria. Il profumo serve ad inebriare, non sostituisce l’odore di capra con quello del wc.

Ma di questo parleremo più avanti.

A buon rendere. Buona giornata

I giga di Salvini

I giga di salvini

Da quando Matteo Salvini è alla ribalta, una domanda ce la facciamo sicuramente tutti: ma quanti cazzo di giga c’ha?!? Cioè io mando due foto, attivo due chat e una sbirciata su instagram e ammesso che la linea prenda, sono subito a secco!

Sarà passato ad Iliad? Minchia una linea francese in Italia di questi tempi è uno smacco.

Che smacco.

I francesi dovrebbero ritirarci le linee, che per gli italiani sarebbe un gesto con una valenza sicuramente superiore del ritiro dell’ambasciatore. Ah gli italiani. Prima loro, dietro tutti gli altri.

Dietro pure quelli che le dirette di Salvini non se le guardano. Cornuti.

Ma che ve lo guardate a fare Salvini? Sprecate i giga per Wanda Nara. Ha pure più senso una pippa con Wanda Nara. Che piacere c’è a masturbarsi guardando il ministro degli interni? Nessuno. Manco se siete della “postale”. 

Che poi Salvini ce l’avrà la divisa della polizia postale? Boh. Che domande del cazzo.

Comunque magari un tempo, forse, sarebbe stato eccitante una pippa pensando al Ministro. Ah no, prima c’era Alfano. 

Minchia Alfano. Non ci pensavo più ad Alfano. Quando c’era Alfano però non c’avevamo cinquanta giga al mese offerti da Iliad! Pensate! Nessuno poteva sprecare giga per guardare Salvini in piscina, Salvini con la nutella, Salvini con la divisa, Salvini allo stadio, Salvini che si fa un selfie mentre gli altri lo fotografano con la cover del cellulare di “#iostoconSalvini” e così via.

Sto pensando che forse era meglio quando c’era Alfano? No va bé lasciamo stare.

Comunque vedete che alla fine i francesi qualcosa per gli italiani l’hanno fatta?Allora prima i francesi, prima gli italiani. Più Wanda Nara e meno Salvini.

Restate connessi.

Ah no. Evitate. Non è cosa vostra.

Il problema evidente

La Sicilia è quella terra i cui abbiamo imparato a pronunciare il cognome Schweinsteiger e non riusciamo altrettanto, nonostante gli sforzi, con la parola ‘problema’.

É una cosa tipo la erre per i cinesi. Più ci sforziamo e più distorciamo.

Aggiungiamo lettere a caso, raddoppiamo e lo facciamo persino mettendo consonanti che dentro non ci dovrebbero proprio stare.

Purtroppo, altra parola difficile, per noi resterà sempre un pobblema, pronblema, poblema, promblema, va bé avete capito.

Ciao

Le pastelle delle feste siciliane. Ve le racconto su Prodigus

Le pastelle siciliane

I fritti in pastella a Palermo, tra dicembre e inizio gennaio, sono una tradizione che difficilmente smetterà d’essere tale. Seppur oggi, rispetto ad un decennio fa, sempre meno le famiglie si dedicano alla memoria e all’arte del buon cibo fatto in casa.

E’ infatti sempre più diffusa la “smania” di voler cenare fuori durante i giorni di Natale, mettendo a rischio la prosecuzione della tipicità di uno dei pasti tipici del periodo, nonché appunto una scelta di tradizione legata a doppio filo con la bellezza della famiglia.

E le pastelle alla palermitana sono indiscutibilmente un simbolo ineluttabile dell’affezione materna che domina la famiglia siciliana. Non ricordo un Natale della mia gioventù in cui non mi svegliassi con quell’odore tipico di fritto nell’aria. Era mia madre, che di buon mattino, aveva già preparato la sua pastella e cominciava il tour de force culinario della festa, friggendo.

Cardi, carciofi, cavolofiore (o broccolo) e sfincette erano e sono la nostra colazione di quei giorni di pausa destinanti all’unico culto unitario della città di Palermo: il cibo.

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Sua Maestà lo sfincione. Ve lo racconto su Prodigus

sua maestà lo sfincione

Caposaldo della festività natalizia, in teglia o in formato “pizzetta”, principe dello street food, lo sfincione palermitano è senza alcun dubbio, uno dei piatti che rende il cibo da strada del capoluogo unico nel suo genere. 

Dolce nella salsa, salato dalle acciughe, cremoso con le cipolle, saporito con il caciocavallo, spolverato con pangrattato, croccante sui bordi e morbido nel cuore. Queste caratteristiche costituiscono il mix perfetto che fa dello sfincione il prodotto da forno a base pizza perfetto per qualsiasi occasione.

Inserito tra i P.A.T. (lista dei prodotti agroalimentari tradizionali) della Regione Sicilia, il nome è derivato dal latino “spongia” cioè spugna, per via della consistenza della pasta.

Come per le principali pietanze della città, anch’esso è un piatto della tradizione povera, nato per soddisfare il bisogno di un pane condito e saporito oltre che più sostanzioso da servire per il Natale, consuetudine ancora forte nella “famiglia tipo”, veniva farcito con prodotti della stagione.

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Il caciocavallo palermitano

il caciocavallo palermitano

Un parallelepipedo dal colore superficiale ambrato, piccante ma soprattutto emozionante al palato: il caciocavallo palermitano o “di Godrano” è certamente meno noto del cugino ragusano, seppur, con le dovute proporzioni, amato in egual misura nella città di Palermo e nei suoi dintorni.

Inconfondibile per il suo sapore ricco e deciso, riconoscibile dalla sua fragranza unica, il caciocavallo è davvero un formaggio immancabile nei piatti della cucina panormita.

Il “Godrano” – paese della provincia di Palermo da cui prende la denominazione – è ottenuto grazie alla lavorazione di latte vaccino di mucca autoctona, meglio se “cinisara”. Prodotto riconosciuto “tradizionale”, poiché lavorato con strumenti della tradizione, inserito nel presidio “slow food” ed in fervente attesa del riconoscimento DOP.

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Le “start-up” hanno rotto il cazzo

start-up hanno rotto il cazzo

Le start-up hanno rotto il cazzo, ve lo dico senza un minimo di preoccupazione sulle “ritorsioni” che subirò per questa affermazione. Le start-up, che in Italia poi sarebbero le attività, tutte, che stanno cominciando un percorso d’impresa, sono state per un lungo periodo la panacea dell’imprenditoria. E se questo di per sé non è un male, ad aver sinceramente rotto i coglioni è stato l’abuso dell’inglesismo.

“Ho una start-up”, ad un certo punto, è stato come dire c’ho la minchia di venti centimetri. Improvvisamente tutti hanno cominciato ad avercela lunga e ancor peggio a spiegare agli altri come avercela ancora più lunga. Una corsa all’allungamento del pene che non si vedeva dai tempi dell’esordio della mailing list.

A Palermo poi si è totalmente confuso il concetto di start-up, dove aziende con un decennio di attività si continuavo a definire “startuppers” di belle speranze. E ci guadagnavano pure. Certo nel 2008 faceva figo, poi di cinquantenne col sigaro.

Uno start-up d’impresa dura più o meno tre anni, mettetevelo in testa. Dieci no. E poi, sappiatelo, per definirsi “startupper” bisogna che la vostra impresa abbia una forte innovazione imprenditoriale. L’impresa delle pulizie è una start-up soltanto se riesce a lavare i pavimenti con la forza del pensiero. Sennò no, è solo una nuova impresa di pulizie.

Sentir parlare di “start-up” all’italiana mi fa letteralmente venire il vomito. Non scherzo. Ogni volta che qualcuno ne parla, distolgo sguardo e mimetizzo la presenza. Vado via. E’ capitato anche che mia sia alzato da tavoli, trattative e conferenze.

È ipocrita, come è ipocrita questo sistema di “presunta” impresa. Si è voluto fare credere alle persone che si poteva creare lavoro, diventar liberi e ricchi, senza spiegare a nessuno come e perché.

Da un certo momento in poi tutti volevo essere dei “Gates” e degli “Jobs” indossando maglioni a lupetto ed occhiali quadrati, dimenticando di vivere in un paese con regole e burocrazia del medioevo.

E se ancora non bastasse, nessuno ha spiegato loro i guai che una scelta del cazzo avrebbe comportato alla loro famiglia. Debiti, erosione dei risparmi e conseguente distruzione della serenità.

Oggi si piangono “startuppers”, domani soltanto dei disperati.

Ugo Forello, amico mio, sfrattato capogruppo

Io e ugo forello

Ugo Forello, attuale capogruppo del m5s in consiglio comunale nonché ex candidato Sindaco, è stato dimesso dal ruolo a Sala delle Lapidi, senza una preventiva riunione di partito (qui la notizia).

Questo è però quello che l’avvocato palermitano dichiara, passando poi al contrattacco e accusando l’area dei “dimaiani” d’ averlo estromesso dopo le parole da lui espresse, in favore dei giornalisti e della libertà di stampa e la presa di distanza dal Vice Premier e “Capo Politico” del movimento, successive all’assoluzione della Raggi (qui la notizia). E allora a me, che di questa storia “non me n’è può frega de meno”, tocca fare la parte del cattivo, regalandovi un profilo di Forello a tutto ex; ex leader di addiopizzo, dei grillini e di tanto altro ancora.

Ugo Forello, ricordiamolo, amico mio, come tradizione cinque stelle vuole, di nuova e vecchia generazione, pratica la politica del “va scupati ‘u mare”, cioè del vatti a spazzare il mare, retorica di un’azione inutile, spesso praticata dagli attivisti quale esempio di “amore” e “attenzione” verso la propria città.

Possiamo infatti ricordarli dediti a “ripulire”, di sabato pomeriggio, alcune spiagge desolate della nostra città o i giardinetti di periferia, ma spesso soltanto in campagna elettorale (giuro sono disinformato sul resto del vostro impegno).

Lui è il “leader”, anzi l’ex, e quindi gli tocca.

Una storia trita e ritrita che vuoi o non vuoi, tra “verdismi” diversi dai “verdinismi”, “ambientalismi” e “associazionismi” vari, tutti, più o meno una volta nella vita, hanno provato.

Io che scopo il mare nel 2007

E’ toccato anche a me, era il lontano 2007, quando ancora queste si chiamavano semplicemente azioni di cittadini “schiffarati”. Poi, disillusi dal risultato, ognuno tornava nelle segrete e dimenticavamo questa brutta storia.

In sostanza ci rendemmo conto, non tutti, di quanto fosse un atto fine a se stesso, anzi fine/o alla fine della campagna elettorale. Utile, probabilmente, forse, per raggranellare qualche commento sui giornali, qualche like e la simpatia di un nostalgico “vaffanculoide”.

Finita la campagna elettorale infatti, non sempre per carità (formula di rito n.d.r.), finiscono le pulizie, finiscono i giardinetti, finiscono insomma quelle attenzioni particolari, cioè di richiamo alla stampa e ricominciano i tradizionali “pipponi” sul web, i pedinamenti digitali e ogni tanto qualche banchetto nel salotto delle città.

Anche a Palermo, capoluogo tra i più attivi in tal senso, il Movimento alle ultime elezioni di primavera si è presentato con la tradizionale strategia della scopata del mare. Lo aveva fatto già nel 2012, per le regionali e le comunali, lo avevano fatto ancora prima di diventare movimento, quando in tanti vi si avvicinarono.

Altri invece, come me, restarono vicini e lontani allo stesso tempo, ad ammirarne la ripetitività.

Ma chi è allora Ugo Forello?

Oggi, anzi ieri, capogruppo dei pentastellati al Consiglio Comunale e ancor prima candidato Sindaco grazie anche all’altro ieri, quand’era volto in bicicletta dell’associazione Addio Pizzo ed avvocato (ragione per cui starò attentissimo a ciò che scriverò n.d.r.).

Io e ugo forello
Io ed Ugo quando abbiamo imparato a riconoscerci

Come le strafighe alle feste me l’hanno presentato decine di volte, ma la volta successiva non si ricordò mai di me. Col tempo, in particolare dopo le elezioni comunali 2017,  finalmente, trovammo il modo di arrivare ad una certa sintonia sino a far scoccare il bacio, doppio bacio, triplo bacio con braccio sulla spalla. Un rapporto che a “noi vippettari” piace tanto mantenere.

La prima volta che le nostre strade si incrociarono, con conseguente presentazione, fu durante l’arresto di uno dei tanti boss della mafia palermitana. Ugo in quei momenti c’era sempre.

All’epoca infatti, Addiopizzo, di cui era membro, coinvolse con euforia la stragrande maggioranza dei cittadini “operativi”, entusiasti, della rivolta antimafia portata avanti dal Comitato. Eravamo tutti felici in quegli anni e quando ne arrestavano uno, i Lo Piccolo, Raccuglia, Nicchi, solo per citarne alcuni e lo ricorderete sicuramente, da Provenzano in poi, diventò consuetudine per la “Palermo radical chic”, andare sotto la questura a festeggiare gli eroi.

C’erano tutti, c’era Forello, abbracciato con gli altri, intento ad ammirare i poliziotti incappucciati. Che bei giorni quelli. Ritrovarsi sotto la Questura, da non imputati e poi, in posa e in favore di telecamera a “festeggiare” quei momenti attesi oltre quarant’anni.

Forello-in-biciServiva pure quello, serve ancora. Lo dico con rammarico e con tutta l’onestà intellettuale, senza “H”, di cui sono capace. Ed Ugo, di quel gruppo di rivolta, fatto di slogan, adesivi e pubblicità, era il volto figo, bello e giovane. Un momento forte di questa città con un “hipster fricchettone” a rappresentarlo. Un ruolo, che noi tutti, per un attimo, avremmo voluto avere e vivere.

E invece no, c’era Forello.

Poi arrivarono le magliette di “addiopizzo” e ad Ugo spettò il ruolo di modello; un novello “Che Guevara”, barbuto come il guerrigliero cubano che però, le magliette, a differenza sua, le indossava. E quelle t-shirt le volemmo tutti, con orgoglio!

Le conserviamo ancora quale ricordo del riscatto di Palermo e da oggi di Ugo Forello.

A te, amico, Ugo.