Algoritmo amico mio

algoritmo amico mio

Da qualche settimana è partito l’aggiornamento dell’algoritmo Facebook che modifica sostanzialmente i contenuti che visualizziamo quotidianamente quando scorriamo la nostra home di amici e pagine.

Se interessati a capire meglio l’argomento vi invito a leggere “Facebook Newsgeddon” un articolo del Corriere.it che specifica meglio gli aspetti informatici della modifica e oppure “Più amici e meno aziende” del portale lettera43.it che esplicita meglio le motivazioni.

A me interessa invece fare una riflessione del vissuto su Facebook, una piccola analisi sul primo decennio italiano della piattaforma, chiaramente ed assolutamente personale, partendo da alcune riflessioni nate visualizzando le abitudini dei contatti che frequento.

sguardo da inutile pensatore algoritmo amico mio
Io in uno scatto con lo sguardo da inutile pensatore 

Parto dal punto essenziale: questo aggiornamento dell’algoritmo Facebook è una manna dal cielo. Adesso i social media manager dovranno sforzarsi di creare contenuti lunghi ed interessanti, magari originali, senza scopiazzare. Verrà tolto spazio a madonnari, gattini e like in cambio della salvezza del mondo. Bene così.

Sarà dura. Inventarsi da zero un concetto, un pensiero o persino una riflessione che superi l’astratta idea di messaggi come quelli che “nessuno ti farà mai vedere” o condividere video presi dalla tv che però “in tv non finiranno mai”. Insomma ci vorranno inventiva e meno immagini con scritte imbecilli.

In poche parole idee, contenuti.

Tra quelli che più subiranno il colpo ci saranno i “voyeur” della notizia, cioè quelli che fanno “giornali”, testate e blog aspettando che i quotidiani pubblichino qualcosa da scopiazzare e rieditare, racimolando like e condivisioni sul lavoro degli altri.

È la fine, probabilmente, per i direttori ed editori di “testate online in attesa di registrazione” o giornali online con un autore e tutti i post firmati “redazione”, gli stessi che odiano i blogger perché non sono iscritti all’ordine dei giornalisti e però, in alcuni casi, a differenza loro, nella vita si sono impegnati nel voler trovare notizie (a volte anche a riscontrare quelle dei presunti giornali), fonti e documenti. Insomma si è spento l’inganno degli inquinatori del web.

La speranza, l’ambizione dell’azienda californiana, non un atto di gratuita bontà sia chiaro, è quella di premiare finalmente le persone che stimoleranno dibattiti su idee. Di limitare, escludere, rallentare, la crescita di “inutili pensatori” con concetti di “poche righe” (scrivere poco, scrivere il giusto, non è sempre un male! n.d.r. ). Non semplici condivisioni affrettate e da fonti non verificate. Un argine per “fakenews” e “fakeman”. Insomma non sarà più il momento dei “prof mi viene troppo lungo” e neanche del ce l’ho più lungo.

I “professionisti” dovranno sforzarsi di più; coinvolgere più parenti, fare dei post e poi supplicare la gente di leggere e commentare. Cosa assai difficile da realizzare in un’era di narcisisti come questa.

Per me, una ventata di novità interessante, forse la prima di questi ultimi 5 anni. Per altri è un po’ come quando Badoo si è trasformato da social network per nuove relazioni al sito principe per battone con foto arrubbate.

Siete spacciati.


p.s.

Da oggi, se nel cellulare avete installato Telegram e nel tempo libero, al cesso, siete interessati a leggere ciò che scrivo, ho creato un canale dove, iscrivendovi, vi arriveranno in anteprima i link dei post https://t.me/carmelodigesaro

Effetto karma con molta karma

L’effetto karma, ma attenzione, con molta karma.

Le campagne elettorali ci regalano uno spaccato di uomini che girano come anime vaganti in cerca dei danni commessi da riparare.

Ecco, se fosse realmente così, vivremmo in uno spettacolare sistema perfetto, fatto di persone, sì, ma che contribuiscono a cancellare il danno creato.

Una sorta di karma della politica: ciò che ci ha tolto, verrà finalmente restituito con le elezioni successive.

Ovviamente non è affatto così, anzi, il politico ruota intorno al danno per scansarne gli effetti nocivi e se possibile causarne di nuovi.

Un “butterfly effect” infinito che vaga nel sistema sociale e che travolge all’infinito tutto ciò che trova sulla sua strada.

Lavoro, salute, flussi migratori, sicurezza e ancora università, diritto allo studio, diritto di sopravvivere e perché no, reddito di cittadinanza. Potrei continuare questo elenco in eterno e segnare tutto ciò di cui la politica, anzi, i politici, si disinteressano.

Argomenti che vengono alle volte anche trattati con soluzioni superficiali e demagogici. Basta pensare alla questione “migranti e sicurezza” o al famigerato “reato di femminicidio”, come se il diritto di restare al sicuro e in vita non fosse già insito nella nostra costituzione, nel nostro ruolo di cittadini.

Tutti, senza asterischi.

E allora avviamoci al 4 marzo con lo spirito depresso di sempre, la consapevolezza che per ottenere l’azione del karma c’è ancora tempo, anzi, tanta karma.

Karmissima.

Il club delle menze maniche di Palermo

CLUB MENZE MANICHE DI PALERMO

Ciccio Cascio, Gianfranco Miccichè, Dore Misuraca e Diego Cammarata; i 4 temuti esponenti palermitani che formavano il “club delle menze maniche di camicia bianca” si è ormai definitivamente sciolto.

diego cammarata scrive a doreQuel che resta di un sistema di potere e aperitivi rinforzati, si è ormai dissolto come un candeggio riuscito male. Lo dicono i fatti, lo dicono le cronache, lo dicono anche le lettere di “suo pugno” (Leggi alla voce Diego Cammarata in fondo al pezzo).
Tra la fine degli anni ’90 e la fine del primo decennio del duemila, questi quattro, erano, insieme a Ciccio Scoma, che è un po’ il Riccardo Fogli di questi Pooh della politica, i padroni di Palermo.
Lo dicevano numeri e incarichi, lo dicevano interviste e ruoli di potere.
Erano il cavallo bianco di Napoleone di quel sessantuno a zero che rese Miccichè il P.R. indiscusso della Sicilia e Berlusconi il capo del Governo.
Il blocco del “qui si può”, per parafrasare un noto pezzo dell’alter ego musicale, in grado di eleggere sindaci e amministrazioni premiando uomini per il solo merito essere amici.
Dominavano e fagocitavano le folle con l’arma dei sorrisi ammalianti e delle abbronzature alla Miami Vice.
Tenenti di un esercito del destino dal petto villoso, di una guerra giocatosi tra il tennis club e le serate danzanti nel cuore della città cementificata.
CLUB MENZE MANICHE DI PALERMOQuel tocco di esotico vippismo che tanto piace ai “Miserabili” e principalmente ai miserabili con tessera Vip, che per un decennio e non solo, hanno consentito a Forza Italia di essere bello e sciccosissimo tempo.
Lo so, la mia è una affermazione forte e forzata, ma scremata dalla licenza letteraria, alla fine, tutti ricorderanno ciò che sto descrivendo, senza avere necessità di un “rinfresco di memoria”.
Ma come ogni storia da alcolista insegna; dopo una sbornia, arriva sempre un mal di testa fortissimo. Ecco dunque giungere una discesa, quasi una serata da settantenne che ha dimenticato il viagra ad un’orgia di potere, che noi chiameremo più semplicemente: secondo decennio del duemila.
Una nuova (!?) generazione di giovani marmotte a mezze maniche, capeggiata da Angelino Alfano (ex forzista) e Matteo Renzi (ex margherita) formavano un sodalizio che in pochi mesi avrebbe saccheggiato quel che restava degli ormai defunti partiti.
Con una sorta di shakerata post elettorale infatti, avrebbe preso il potere, aggiungendo all’indigesto cocktail una fetta di limone, i democristiani dispersi. Avrebbe anche diviso il potere con la formula dei grandi portatori di voti e accontentava le masse, bramose di cambiamento. Praticamente una selezione della differenziata, mettendo nel sacco l’utilizzabile e lasciando filtrare l’umido nel sottosuolo.
Da quel momento, coinciso con la caduta del secondo impero silvista, il quattro bianchi di Palermo ha smesso di essere gruppo, di essere blocco, di essere aperitivo esclusivo. Divisi un po’ di qua e un po’ di la. Soli, come uno “Ius” in casa Meloni, rimasti senza cordone e paletti a dividere i belli dai brutti, i sorrisi dalle coltellate, i fighi dai fiaschi, i pettinati dagli spettinati.
Ma il sottosuolo tutto ciò che assorbe, prima o poi, lo sputa fuori. A piccoli spruzzi infatti, ecco tornare di scena vecchi simboli e partiti per coagularsi sotto al sole caldo della disfatta dei nuovi Marescialli dalle maniche arrotolate. Renzi e Alfano insieme sono durati meno di una prestazione occasionale, di un lavoratore a voucher o di un po’ di sesso al telefono con l’199 che poi costava caro e dunque meglio “venire” subito. Una coppia di oggi, sposata, ma pronta a divorziare alla prima avance dall’esterno.
dore misuraca
Forza Italia dunque, lentamente, tornava ad esistere e con lui vecchie glorie ringalluzzite a sperare. Berlusconi, sempre lui, sul posto a riassegnare medaglie al valore. Miccichè, dimenticato nell’angolo come una “babe” qualsiasi, piano piano, a riorganizzare le truppe, vincendo, alla prima occasione, le bislacche elezioni  siciliane.
E man mano che le elezioni nazionali si avvicinano, rientrano in squadra quasi tutti: compresi il numero due Cascio ed il riporto Schifani.
Torna a parlare persino Diego (qui la lettera), il numero 3, scomparso ormai da quasi un decennio e sconvolto, persino lui, dalla decisione di uno dei bianchi, Dore, il numero 4, di entrare nel Pd.
L’uomo con la giacca sulle spalle, Misuraca, quasi un messaggio di allora per distinguersi nel club, infatti, ad un mese dalle elezioni decide di tesserarsi al partito democratico, folgorato, pensate un po’, dalla missione speranza e carità voluta dall’aggregato renziano sudato di Sicilia, Leoluca Orlando e Davide Faraone.
Il sintomo, questo, di una fine che non avrà mai fine, ma di un finale che varia a seconda della stagione.

Un pensiero per i genitori della mia generazione

Tra cinque anni

Un pensiero per i genitori della mia generazioneCosa resterà degli anni ’80, ma ancor di più, cosa resterà alla classe ’80?

Una riflessione, un dialogo avuto principalmente con la mia mente. In solitaria, come sono solito fare.

Una rivoluzione, forse, tra 5 anni arriverà. Forse, sia chiaro.

Nel momento in cui cominceranno a morire i genitori dalla classe ’80 in poi, sorgerà un problema sociale che avrà un impatto che in qualche modo si ripercuoterà sul sistema politico nazionale e, spero, nelle piazze.

Diciamoci la verità, fuori dai denti, i nostri genitori ci campano; in qualche forma, in qualche modo, in qualche misura. Che sia una casa regalata, una paghetta extra stipendio o l’intera quota di sussistenza in vita, Mamma e Papà, sono lì, a prendere il ruolo dei nonni, ormai scomparsi da tempo.

Prima del 2007 mai avevo pensato di trovarmi in una così tragica posizione nel futuro. Ho lavorato fin da quando avevo 19 anni, sempre. Anche due tre lavori nello stesso momento, accumulato contributi previdenziali fino al 2013. Poi niente, il silenzio. Ecco, il futuro. Un silenzio senza pause, un universo circondato da meteoriti e rottami spaziali.

Come me tanti quasi quarantenni, sono prossimi a restare orfani, oltre che di un reddito, anche delle proprie famiglie. Un cambiamento epocale che porterà anche i miei coetanei a farsi delle domande; a contare i danni di questa seconda Repubblica.

A prepararsi alla discesa in campo. Già, sarà per forza così. Quando cominceranno a toglierci le case, le auto e quel poco di consolidato che abbiamo, allora presumibilmente, arriverà il momento di schiodare il cervello dal chiodo.

Ma prima ancora che a quei rincoglioniti della classe ’80, è ai loro genitori che rivolgo questo mio pensiero. Agli stessi che fino ad adesso, inerti, hanno pensato alle loro pensioni, al mantenimento dei piccoli privilegi ed anche ai loro fottutissimi figli.

C’è un problema serio da far capire a quella generazione, la stessa che fino ad ora ha fatto spallucce pensando che una soluzione infinita fosse sempre dietro l’angolo. Facendo finta di non vedere i propri figli ormai adulti continuare a fare una vita da ventenni a quasi quarant’anni.

Una vita da coglioni. Spesso per indole, altre volte per rivalsa (!?!), altre perché pur provandoci, non ci si riesce.

Vi siete mai chiesti se fosse normale tutto ciò? Vi siete mai chiesti perché la maggior parte di loro, per esempio, per comprare un’auto, avesse la necessità di un garante? E perché per comprarsi la casa, ci volesse qualcuno che si intestasse il mutuo e ancora peggio che a pagare gli aperitivi fossero le vostre pensioni.

Fatiche dissipate per un’idea di vita migliore che ha decerebrato una generazione, la mia. Una miglioria, sicuramente, illusoria però, che c’ha resi immuni all’intelligenza, alla riflessione.

Un dubbio, solo uno, veramente non vi è mai venuto in mente che nessuno potrà ultimare di pagare i vostri mutui, i vostri finanziamenti o tra quelli più sicuri, i costi fissi di possesso di un immobile, di un’auto o di qualsiasi altra attuale conquista crediate di aver ottenuto?

E allora, cosa pensate di fare? Sul serio l’ultimo atto di ribellione resterà votare la Lega, tornare a Berlusconi o sentirsi le cagate di Renzi per i prossimi 5 anni?

E’ saltato il tappo. E noi siamo ancora al countdown.

Pensateci bene cari Papà, care Mamme.

Chi pagherà i vostri anni ’80? E i vostri figli…

P.s.

Intanto è di oggi la notizia che Netflix si sia trasformato nel nuovo servizio sociale del futuro. Un cliente è stato contattato a seguito di una anomala abboffata di serie tv. Un tecnico solerte infatti, si sarebbe preoccupato della salute mentale dell’utente alle prese con 63 ore filate di filmati.

Una solidarietà arrivata in streaming (qui la notizia), con  tecnici del web che si prendono cura della salute dei propri fruitori. Un evento che, se vero, sa tanto di rivoluzione appropriata per un popolo di “rincoglionati”.

Uno “psicobabysitting” dal web.

E’ tutto.

Siamo al tramonto, siamo giunti ai titoli di coda
Di una storia unica, una bella musica
Una scelta artistica di origine domestica
E questa storia unica, ha una fine drastica Leggermente comica.
Arrivedorci, arrivedorci, arrivedorci, arrivedorci (Elio e le storie tese – Arrivedorci)

Leoluca porta il pallone nel Pd

Una foto d’archivio. Luca Orlando con Idv nel 2008

Orlando, Sindaco di Palermo, Presidente dell’Area Metropolitana, Presidente dell’Anci e dell’Ati, capo della curva nord, sud, ovest ed est, controllore dell’autobus, delle zone blu, della ztl e nel tempo libero posteggiatore abusivo. In poche parole, uno a cui piace comandare, decidere e come si direbbe a Palermo “fottere”, ma non nel senso stretto del termine, cioè “arrubbare” o ancora “sodomizzare”, ma nella sua accezione di “futti cumpagnu”, cioè di frega il compagno.

Ma “cumannare è megghiu ri futtiri”, lo sa benissimo il pentasindaco di Palermo.

Leoluca o Luca, è l’uomo che porta il pallone. Decide tutto lui e se non ci sta, tutti a casa. E’ cosi da venticinque anni. Adesso torna nel Pd, lo stesso partito che ha demolito, insultato, contrastato per quasi un decennio. Lo stesso partito da cui è uscito, ancor prima d’entrare, all’alba di due elezioni comunali fa.

Orlando è così, mattatore e mattacchione. Ama la ribalta, ma anche la risvolta, il colpo di teatro e, soprattutto, annunciare il copione. Nel 2012, ad esempio, disse che non sarebbe mai stato candidato Sindaco di Palermo, anzi lo precisò in aramaico, un mese prima di candidarsi. Tutto il 2017 ci rassicurò che mai si sarebbe alleato con il Pd in campagna elettorale, per poi invece averli alleati sotto “falsa identità”. Continui nel tempo furono i suoi no al Partito Democratico a cui oggi appunto si è iscritto e da cui ha annunciato, come se qualcuno gliel’avesse anche chiesto, che non sarà candidato alle prossime elezioni europee.

Ergo, preparatevi a vederlo in campo.

E se ancora non vi basta, sul sito democratica.com le sue parole appaiono chiare: “sono stato io nel ’97 a depositare il simbolo Partito Democratico”.

Fischio e palla al centro.

I partigiani del Pd si allarmano, pronosticando una scalata all’interno del partito. Sì lo so che fa ridere l’accostamento ai partigiani, ma su una cosa c’hanno ragione, il vecchio Leone non aderisce a niente che non possa scalare, dominare, comandare. Le premesse ci sono tutte. Il Pd è in declino, la sua classe dirigente è frantumata, disunita e stanca. Dividi et Impera, tutto servito su un piatto d’argento. E’ lo stile Orlando, sul serio, questo lo sa fare.

Al suo fianco, durante la celebrativa presentazione d’iscrizione, manco se fosse un avvenimento storico poi, c’era soltanto un pezzo, un’area, del Pd, quella Renziana, la stessa che si appresta a ricevere una clamorosa sconfitta alle urne (il 4 marzo n.d.r.). La stessa che, dal 5 marzo, si dovrà riorganizzare insieme a tutto il resto del partito.

E con Orlando in campo…

 

Questioni da ciccioni

questione di ciccioni

 Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai. (Pietre – Antoine)

questione di ciccioniIn questi giorni è andata alla ribalta, in qualche modo, una questione che da tempo sostengo nell’indifferenza più totale (qui la notizia). Quando si parla infatti di bullismo, non viene mai menzionato quello nei confronti dei grassi.

Un bullismo sottovoce, sussurrato, ignorato, benché più diffuso più di qualsiasi altra forma di violenza psicologica celebrata dalla nostra società. Un abuso alla portata di tutti, praticato come uno sport della parola anche dai più “distinti” signori contemporanei.

Non sono a conoscenza di statistiche o di ricerche sul fenomeno, ma ne sono testimone diretto. Della materia, mi ritengo profondo, anzi largo (per far contento qualche simpatico mattacchione), conoscitore.

Mario Adinolfi è un invotabile, ma una ragione ce l’ha: contro i grassi vige una brutalità incontrollata ed intollerabile.
Ovunque vai c’è sempre qualcuno pronto a farti una battuta del cazzo, ovviamente vecchia e strasentita, per poi, una volta gelatasi l’atmosfera, lanciarsi in timide ed imbarazzate scuse:“Sto sgherzando eh. Non è che si offende eh. Solo per fare na battuta”.

Non mi offendo per carità, non potrei mai offendermi con un cretino.

La banalità è un male incurabile, più della mancanza di tatto o del buon senso. Dice bene Mario Adinolfi, dopo un po’ non ci si fa più caso. Si supera con l’ironia. Per noi subire l’imbecillità è diventato un dovere; principalmente quello di restare a galla in una società che trova divertente qualsiasi “sofferenza” indossata da altri.

Una decina di anni fa, forse dodici, scrissi un post in cui lamentavo ironicamente il disagio che si prova ad attraversare una delle porte automatiche delle poste o delle banche. Beh, è ancora così, un disagio, una discriminazione portata avanti con successo da buontemponi sempre sul pezzo, della banalità.

“Sto sgherzando eh. Non è che si offende eh. Solo per fare na battuta” ce lo sentiremo ripetere per l’eternità, perché a nessuno interessa sentirsi più uguale dei “diversi”.

Figuriamoci dei ciccioni.

Alberi per il rinnovo

Limone Lunario
Limone Lunario

Piantare alberi ti da il senso vero della giustizia. Soprattutto quando lo si fa con la consapevolezza di riempire una “ferita” aperta molti anni prima.

Può sembrare esagerato, ma l’ho sempre ritenuto uno sfregio, un atto ingiusto.

Ho sempre visto così lo sradicamento di arbusto, specialmente poi da frutto, cioè che contribuisce anche all’arrotondamento del mio stomaco. Cu sti cosi un si babbìa!

Negli anni ’90, inspiegabilmente o per meglio dire, per evitare danneggiamenti alla recinzione, dal giardino di casa vennero rimossi un mandarino e un limone.

Un atto che nel tempo, forse, si è rivelato anche “inutile”, dato che la recinzione viene danneggiata ripetutamente per cogliere il resto dei frutti dagli alberi rimasti.

Mandarino Tardivo di Ciaculli
Mandarino Tardivo di Ciaculli

Ma vabbè. Le cose “arrubbate” hanno un sapore diverso e dunque, “santiando”, mi limito a riparare di tanto in tanto i varchi.

Evidentemente chiedere un assaggio è meno piacevole di sfondare una recinzione nei punti più assurdi.

Ma chista è a situazione!

Così ogni tanto, quando il fisico me lo consente, dedico due ore di tempo per mettere ordine, ripristinare i danni e piantare qualcosa.

Finalmente però, mi sono deciso a riportare in sesto l’equilibrio delle cose: ho piantato un mandarino tardivo di Ciaculli, su cui ci vorrebbe una grande discussione ed un limone lunario.

E niente. Mi piace pensarla così e scriverlo in un post per poi un giorno rileggerlo.

Adesso mi tocca aspettare almeno due anni per mangiarmi un frutto prodotto da questi due, sperando che fino ad allora non mi tocchi, ancora, ricostruire la recinzione.

Ccà siemu!

Liberi e Uguali nella forma

liberi e uguali madonie

Al comitato organizzativo Liberi e Uguali di Palermo

Scriviamo questa nota per comunicare che il comitato “Madonie Possibile” non intendere prendere parte, momentaneamente, ad iniziative politiche riguardanti l’aggregazione Liberi e Uguali in vista delle elezioni politiche del 4 marzo. In particolare non ci sarà alla futura iniziativa del 28 Gennaio del teatro Santa Cecilia che vedrà la partecipazione di Pietro Grasso.

All’interno di Possibile è aperto un dibattito sul da farsi alla luce di scelte assunte e imposte da altri che ci impediscono, al momento, di proseguire serenamente il processo elettorale di “Liberi e Uguali”.

Ci dispiace dover disattendere gli impegni presi con gli elettori e ovviamente ci dispiacerebbe continuare a disimpegnarci per motivi che non riguardano una volontà esclusivamente territoriale. “Liberi e Uguali” deve essere un contenitore partecipato e non esclusiva gestione dei “pochi”, elemento che deve continuare a distinguerci.

Cordiali Saluti
Carmelo Di Gesaro
Responsabile Madonie Possibile

Palermo lì 25 Gennaio 2018

Madonie, Possibile!

Assemblea palermo nuova proposta - possibile madonieSiamo stati sempre bravi, anzi coerenti, nel trovare posizioni su cui dividerci. Quando si avvicinano le elezioni diventiamo quasi dei tacchini nelle settimane che precedono il giorno del ringraziamento; cominciamo a guardarci intorno cercando i compagni “ca spirieru”.

Minchia, si futtieru a Tancredi!

Ora in un contesto di normalità, questo, di per sé non è un male. Cioè ognuno è libero di seguire la propria coscienza, il proprio istinto. Persino quello di farsi cucinare in un brodo di arance.

E’ una scelta. La condivido e l’apprezzo persino. Soprattutto con le patate.

Il punto è che le idee diventano valide attorno ad un confronto, non accanto ad un contorno. Si diventa squadra attraverso lo scambio, la condivisione.

Fuggire non è mai una soluzione.
Cercare piatti da portata più comodi neppure!

Questa del 26 novembre e adesso il 3 dicembre a Roma sono per noi quell’occasione! Staremo insieme per costruire e condividere, allargarci e allontanare da noi il pregiudizio di un conclave di soliti noti. Siamo qui per mettere sullo stesso tavolo posizioni, in alcuni casi differenti, ma che hanno come prospettiva la stessa direzione.

La stessa che ci vede unilateralmente coesi e lontani dal percorso intrapreso dal Partito Democratico nazionale e per ricaduta da quello siciliano. Siamo infatti tutti d’accordo nel non poter individuare in provvedimenti come il jobs act o l’eliminazione dell’art 18 un profilo nemmeno lontanamente avvicinabile al nostro. Figuriamoci poi accordi con Alfano e neocompagni.

E su questo, ad onor del vero, eravamo tutti d’accordo già da tempo. Almeno così sembrava.

Lo abbiamo dimostrato con il dato sul referendum e fino al risultato di queste regionali, dove, senza il progetto “cento passi”, di unione e di percorso a partire dal nome, saremmo rimasti senza rappresentanza per altri cinque anni.

Adesso l’occasione si ripresenta, noi chiaramente non siamo ladri, ma capiamoci, non dobbiamo essere manco scemi. Dobbiamo esserci, parteciparvi! Insieme, forti, uniti e aperti nell’accogliere le tantissime esperienze civiche e di territorio che ci sono o che arriveranno.

Su questo presupposto, personalmente ed insieme ad alcuni amici, abbiamo deciso di far nascere, dopo una lunga esperienza civica e grazie anche al forte supporto e all’amicizia di Pippo Civati, un comitato di Possibile, Madonie, che fosse principalmente una proposta nata da una richiesta di territorio. Trovate qui alcune informazioni utili.

Come? Rivolgendoci apertamente alle Madonie con l’intento voluto e sognato, del rilancio strategico di quei luoghi. Dei nostri luoghi. Anche in funzione della città.

Le Madonie sono vicine e lontane dalla città, per modi di vivere e per peculiarità territoriali. Sono un polo attrattivo dimenticato sull’onda della speculazione turistica degli anni ‘80 e ‘90.

Vivono un contesto di isolamento sostanziale, fatto di strade impercorribili, collegamenti pubblici casuali (non scherzo, vi ricordate questa?) e risorse economiche ormai al limite della sopravvivenza. Sono terra di emigrazione e di emarginazione culturale. Fatta eccezione per Gangi, Castelbuono e Petralia, troviamo paesi desolati, spopolati e destinati al fallimento esistenziale.

Allo stesso tempo però questi territori hanno dato un grande segnale politico, in particolare alla lista “cento passi” durante le ultime elezioni regionali; ci sono stati elettori e voti, ci sono voci disposte a parlare e ragazzi motivati a restare nella propria casa.

Adesso sentirete sempre più spesso parlare di “rilancio delle madonie”, forse, anzi ne sono sicuro, vi è già capitato di parlare con qualcuno che sembra interessarsi di questa “regione” nella regione.

Purtroppo e per fortuna non è un caso.

Purtroppo perché stanno arrivando fondi e risorse comunitarie che qualcuno ha interesse di manipolare e gestire.

Per fortuna, perché se si sapranno spendere, allora, le Madonie torneranno per davvero. Smetteranno finalmente di essere il dormitorio delle stelle e la cena di cinghiali e daini selvatici.

Questo è un compito che abbiamo affidato agli amministratori locali, i primi, nel prossimo futuro, ad avere la responsabilità sui soldi e sulla vigilanza della spesa.

Ci auguriamo che vengano spesi per il destino dei paesi che amministrano e non per le persone che sperano di gestire.

Una proposta anche questa, che non sarà di isolamento e di nicchia.

Possibile Madonie è una proposta che vedrà collegata la montagna e il mare, i giovani e le donne, gli anziani e i ragazzi, principalmente su idee e progetti, che non resteranno però soltanto intenzioni e letteratura da social network.

 

Buongiornissimo, Celerino?

Buongiornissimo celerino

Buongiornissimo celerinoE’ terminata da appena quindici giorni la campagna elettorale siciliana, la più brutta e noiosa degli ultimi 60 anni, 160 se sei di Forza Italia.

Una lunghissima battaglia dove le compagini sfidanti sono state più abili nel cercare assoluzioni che soluzioni per la regione.

Alla fine l’ha spuntata il centrodestra, storicamente il più preparato sul tema e sulla difesa, che se fosse stata l’Italia, quella di calcio, ci saremmo persino qualificati ai mondiali. E invece no, siamo sempre l’altra Italia, quella che si “accontenta e gode”, anche se di quelli che a goderne oggi si fa fatica a trovarli. Persino qui in Sicilia.

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