Il mio coccodrillo

questione di ciccioniRaccontarsi per me è sempre stato un problema. Un modo vile per dire qualcosa di sé in modo assolutamente modesto o in caso contrario eccessivamente borioso per essere vero. Così per parlare di me, capii presto che avrei dovuto farlo alla maniera dei giornali con un “coccodrillo” in vita. O meglio ancora, una lettera ai lettori che verranno. Qualora mai, qualcuno si decidesse anche a leggermi.

Carmelo Di Gesaro, solo ed amico di se stesso; lascia tre cani, una casa ancora da pagare, una scrivania completa di computer, un cellulare con due sim e un “brociolone” nel frigo. E’ l’introduzione, ma anche l’epitaffio perfetto sulla mia vita.

Tante volte ho immaginato il giorno della mia morte, com’anche la lettera che avrei scritto ai miei cari come congedo.

Quando ero giovane nella mia testa mi convinsi che sarei morto da eroe anziano e depresso, tipo un Batman che scivola sulla cacca di un cane mentre rientra da una fila alle poste o come un uomo Ragno incontinente, di quelli che non riescono più a trattenere le ragnatele.

Oppure, in un momento di infinita giovialità, come una qualsiasi nonna della mia generazione, stecchito sul divano, con l’ultimo sorriso sintonizzato su “Topazio”. Così, felice, perso nell’ultimo sguardo vuoto di Grecia Colmenares, alias Andrea Celeste, alias Topazio, me ne sarei andato per come avevo vissuto: incollato alla tv.

Quando verso i tredici anni però capii che il piano per diventare un eroe non avrebbe mai raggiunto il compimento, cominciai a vivere da uomo normale con una leggera tendenza al bipolarismo, all’isteria, alla perenne pubalgia, una discreta malinconia mista a fantasia. Verso i venticinque anni avevo già un profilo Facebook, uno smartphone, un blog su cui scrivevo sotto pseudonimo, un profilo falso dello pseudonimo, una sim ufficiale su un telefono tarocco ed una andatura falsa per un profilo da “tono”.

Insomma conducevo una vita comune, di quelle che puoi raccontare agli amici al bar e sentirti realizzato per 23 minuti di fila.

Poi, una volta tornato a casa non mi restava che la tv generalista, le sue telenovelas e le macchiette portate alla luce da Maurizio Costanzo.

Un giorno, proprio mentre cambiavo canale, cadendo per sbaglio sul terzo canale di stato, mi rivelarono che la mia generazione sarebbe morta berlusconiana. Provai per anni a rassegnarmi a questa nuova sventura, senza mai vederne la fine. Provai persino ad abbonarmi alla tv satellitare, ma tutto, insindacabilmente, mi riportava sempre al fatto che sarei morto con lo stacco di “canale 5” che annunciava la pubblicità (pappa rappa para pa ppa!).

Edizione normale. Murio: Carmelo Di Gesaro.

“Rip. Era bravo e salutava sempre.” (“ma io un c’arrispunnieva mai!”)

La mia prima giovinezza se n’era andata. Tutto scorreva normalmente e tra un sorriso, uno scandalo ed una mazzetta, il mio mondo non si fermava. Cominciai a lavoricchiare improvvisandomi esperto di qualsiasi lavoro mi venisse offerto.

Pensandoci bene, ancora oggi non saprei legare la mia storia ad un mestiere, forse, non ne ho mai avuto uno. Ho sempre vissuto improvvisando. Anzi, posso sicuramente affermare di essere stato un improvvisatore.

Rassegnato, seguivo i miei giorni verso il nulla, organizzavo la mia vita, consapevole che il destino fosse comunque già segnato, forse l’unica vera variabile certa di una vita di istanti.

Ad un tratto però, quando noi tutti italiani impegnati ci sintonizzavamo su “LA7”, proprio durante un’edizione speciale di Mentana, capii che sarei potuto morire renziano. Vi lascio immaginare la mia reazione; ero sconvolto, ossessionato dai nei e dalle “sputazze” da foro tra i denti. Dovunque andassi sentivo sempre più vicino il giorno in cui il “renzismo” m’ avrebbe strappato dalla vita da presunto intellettuale di sinistra.

Era tutto un pollice alzato alla maniera di “Fonzie” ed un “hey” alla maniera t’abbordo e tu mi rifiuti. Pensavo “che vita di merda”. Che ho fatto per meritarmela?

Passeggiando per strada mi vedevo riflesso nelle vetrine; portavo il tacco 12, una camicia bianca dalle maniche arrotolate dal cui taschino si intravedevano 1 banconota da 10, una da 20 ed una da cinquanta. Dicevo “signori miei” e pretendevo d’essere ascoltato. Ero diventato uno di loro, incosapevolmente. Me lo sentivo.

La paranoia sopraffaceva i miei pensieri.

Segnavo i giorni sulle pareti; quando Matteo non appariva in tv mettevo una tacca e sospiravo felice. Sapevo però, che prima o poi una “sputacchia” m’avrebbe colpito.

Insomma ero nel vortice degli italiani; conducevo una vita banale, disoccupato senza neppure gli 80 euro che Renzi aveva distribuito alle “masse”. Una vita di merda, ma di quelle normali.

Poi un giorno arrivò l’organizzazione mondiale della sanità.

In quei giorni ero persino diventato un lettore del “Giornale”, ma mai, giuro mai, avrei pensato che, nemmeno nelle mie più nascoste fantasie, sarei potuto morire di salsiccia. Nonostante la fissazione di mia madre per la pizzaiola, che della salsiccia è la sua fine.

Ero stato avvisato.

E invece, nonostante i martellanti avvisi di Bruno Vespa, “cu mancia sasizza muore”, accettai un invito per una pasquetta.

Fu così che mi uccisi per davvero. Il mio trapasso, adesso, vorrei che venisse ricordato come il primo caso di suicidio assistito per festa comandata.

E’ infatti così che verrò tramandato; per tutti e per sempre, sarò l’uomo che morì di salsiccia a sua saputa. Unico caso in Italia.

6 pensieri riguardo “Il mio coccodrillo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.