Sul cadavere del mondo

sul cadavere del mondo

Sul cadavere del mondo.

I mediocri hanno già vinto. Sono ovunque, a testa alta, tra gli scaffali, tra i banchi, davanti ad un pubblico, ovunque ci sono loro a ritirare il premio.

Ed è inutile qualsiasi altro ragionamento, hanno già vinto; a tavolino, con la monetina, carta forbice pietra e pure nascondino.

Vincono sempre.

Regole di sopravvivenza all’ego

sopravvivenza all'ego

Sopravvivenza all'egoSe sui social vi piace pubblicare quotidianamente informazioni che vi riguardano, è giusto che rispettiate alcune regole fondamentali. Ve le elenco di seguito.

Regole di sopravvivenza all’ego:

1) se avete i capelli grigi non siete George Clooney;
2) un tatuaggio non vi rende Belen;
3) mostrare le cagate dei vostri figli non vi trasforma nella Montessori;
4) un paio di baffi non vi rende pornoattori anche nella prestazione, ricordatevi il resto del corpo;
5) essere bionde e basse non vi farà essere Shakira;
6) idem se castane ed alte alla Bellucci;
7) se indossate gli occhiali da sole per sembrare meno brutti, occultate anche il resto della faccia con un mefisto;
8) i selfie mentre limonate il vostro compagno/a non vi rendono innamorati, solo imbecilli;
9) fotografare aperitivi scadenti non vi rende automaticamente influencer;
10) se aspirate a diventare influencer non meritate amicizia. Soprattutto la mia;
11) e concludo.

Abitanti in verticale

Abitanti in verticale

L’uomo ad un certo punto della storia ha deciso di vivere in condominio.

La spiegazione della devoluzione umana sta tutta nella scelta, sbagliata, di condividere uno spazio.

Non siamo fatti per odorare i broccoli degli altri, assorbire le ascelle negli ascensori, svegliarci con l’ aspirapolvere del sabato mattina e ancor di più, non siamo pensati per convivere in verticale.

Non siamo cresciuti per vivere con altri uomini che scaricano dal cielo qualsiasi cosa gli passa per la mente.

Non siamo nati, per vivere schiacciati.

A provare fastidio ci vuole talento

Fastidi e talento

Quando stai per i fatti tuoi, ci sono tante situazioni che possono causare fastidi improvvisi.

Una scolaresca urlante che ti attraversa come un gregge belante, un tizio che ostina a parlare ad alta voce al cellulare in un luogo con poco campo oppure come succede spesso, entrare alla Feltrinelli con la musica di Mario Biondi sparata nelle orecchie.

Ecco, a me succede sempre tutto insieme, nella stessa giornata, negli stessi minuti, proprio quando cerco di evitarne almeno uno, subito in agguato, pronto l’altro.

Fino poi ad arrivare al tizio con l’ascella sudata che ti si piazza affianco, così per sfizio, nell’unica panchina occupata, di una piazza sconfinata.

Almeno non piove. Pensi.

Ma il cielo è sempre più cupo, presto arriveranno le gocce e con loro gli schizzi dai balconi e le botte degli ombrelli della gente che incroci mentre tenti un riparo lungo uno stretto marciapiede frantumato dalle radici e dal tempo.

E insomma, è così.

Un fastidio dietro l’altro, arrivare a sera, quando comodamente sul divano, proponi al tuo cervello la tv di rai uno, che per accenderla hai già dovuto aspettare che finisse la Littizzetto, per poi ritrovarti Marzullo.

Vabbuò, vado a letto.

Proprio mentre il vicino si accorge nel buio di quel mobile poco allineato, che giusto solo a quell’ora riesce a spostare.

E allora? E già mattino.

Una relazione tossica

relazione tossica

relazione tossicaOgnuno di noi nella propria vita, prima o poi, instaura una “relazione tossica”, che, attenzione, non è mai soltanto per causa specifica della persona incontrata: amico, amante, collega, etc.

A volte noi stessi siamo tossici per altri. Facciamoci sempre questa domanda se intrecciamo una relazione intensa. Insomma, è una questione di chimica anche questa. Non è complicato riconoscerle, molto spesso sono quelle con cui siamo più affini.

In alcuni casi, certamente, alcune di loro, possono essere, più di altre, “anime nere” compulsive, riflettendo la propria negatività sulle vite che incontrano in modo ripetuto.

In generale dunque, nessuno di noi può escludersi da questa “oscura” e spiacevole lista.Ma in ogni caso se vi accade di incontrarle, l’unica soluzione che vi resta è liberarvi di loro, non prima però, di aver capito che non siano ancora fondamentali per noi. Eh.

Tranne per i compulsivi della tossicità, quelli cancellateli e basta.

P.s.
Se vi chiedete perché ho scritto questa nota, la risposta è semplice, ma datevela da soli.

I met a gin-soaked, bar-room queen in Memphis
She tried to take me upstairs for a ride
She had to heave me right across shoulder
Cause I just can’t seem to drink you off my mind
It’s the honky tonk women
Gimme, gimme, gimme the honky tonk blues
I laid a divorcée in New York City
I had to put up some kind of a fight
The lady then she covered me with roses
She blew my nose and then she blew my mind
It’s the honky tonk women
Gimme, gimme, gimme the honky tonk blues
It’s the honky tonk women
Gimme, gimme
Alright!
It’s the honky tonk women
Gimme, gimme, gimme the honky tonk blues
Yeah, it’s the honky tonk women
Gimme, gimme (Rolling Stones – Honky Tonk Women )

Hasta la frittura siempre!

Forse l’ultima volta che ho usato il bus da Isnello a Palermo è stato tra il ’93 e il ’94. Non è cambiato nulla, manco il freddo delle 5.45.

Lo stesso, che dieci minuti dopo l’arrivo alla fermata mi ha già consumato le scorte di fazzolettini, un polmone, la pettinatura alla Little Tony e attivato la collezione di malattie invernali per l’anno 2018.

Non è cambiata neppure l’abitudine di sapere di cipolla in piena alba, come se a friggere le persone fossero i primi raggi del sole. Un olezzo da competizione. Un po’ come vivere sopra ad una friggitoria pakistana stretta, lunga, buia e, soprattutto, puzzolente. Solo che non sei stato tu a scegliere d’entrare, ma il destino ad assegnarti il vicino imperfetto per te.

Un modo certo per portarsi via il secondo polmone e la sicurezza che oggi non avrai mal di testa. Amen.

Ma se ancora hai una speranza, nel momento in cui stai valutando se dormire o no, acchiana idda: chidda ca parra siempre. Saluta tutti, bacia e abbraccia pure la ruota di scorta, fa due volte il giro dell’abitacolo fino poi a tornare in prima fila a guidare lo scassamento di minchia e disturbare non il conducente, ma l’intero sindacato degli autisti.

Un modo come un altro per lasciare un testamento di confessioni futili del tipo: me marito è tignuso, ma a matina s’ave a fare u shampoo.

Buttana ra miseria.

E qualora ve lo stesse chiedendo, il mezzo, stamattina, profumava di pulito, di brezza madonita, un’odore inconfondile che a me tanto ricorda il sapore dei miei nonni. Ergo, un mu puozzu scurdare!

Hasta la frittura siempre!

 

Breve storia di un aperitivo (2a parte)

Dicevamo nella prima parte

Nella prima parte eravamo in cerca di un aperitivo, venendo rimbalzati tra i tavoli con fare scortese. La storia si ripete e si conclude la giornata…

Giunti all’interno del locale decidiamo di fare un aperitivo in piedi. I tavoli erano tanti, ma l’orario ormai era quasi quello di cena.

Locandina aperitivo campariAl volo riusciamo ad “acchiappare” la banconista del banco rosticceria, la quale di lì a poco si dileguerà fino alla fine della nostra consumazione, facciamo riscaldare un’arancina al burro, facendola tagliare in due parti.

La ragazza, prima della consegna, ci chiede l’esibizione dello scontrino. Nel frattempo dunque, uno di noi va a pagare e l’altro ritira il pezzo. Peccato che alla cassa, una sola per 30 persone in fila, si poteva ammirare la più classiche delle scene da “cassa”: le persone si dividono su tre file disorganizzate e con inserimenti dai lati. Quindi la cassiera si improvvisava spartitraffico a casaccio con i clienti in coda per un tempo superiore a qualsiasi media di attesa diversa dal “parto”.

Intanto il pezzo stava sul piatto a freddarsi.

Nell’attesa, ero io quello rimasto sulla sponda del bar, col piattino in mano, decido di spostarmi sul bancone. Mi faccio preparare i Crodini, 2,50 € cad., che mi vengono serviti senza alcun stuzzichino (a quel prezzo è il minimo che uno si aspetti). Faccio passare qualche minuto, tanto ancora l’altra persona stava in coda e chiedo dei tovaglioli per coprire l’arancina ormai fredda.

Sgarbatamente mi viene risposto che posso prenderli da solo al banco pasticceria. Premetto che avevo fatto la richiesta soltanto perché i due contenitori di fazzoletti sul banco stavano coperti da altre persone che non mi sembrava carino disturbare.

Ma vabbè. Mi girai e andai a prenderli al banco pasticceria.

Nel frattempo nessuno “stuzzichino” veniva portato e cominciavo a spazientirmi.

Durante i 15 minuti di attesa, non sapendo cos’altro fare e non avendo manco niente da “spizzuliare”, presi ad osservare in giro.

Lo stesso banconista, annoiato e sgarbato, continuava lentamente il suo lavoro. Un tizio con accento milanese di Bagheria, smoking e scarpa da tennis, chiedeva due calici di vino. Sbuffando, il barman prendeva la bottiglia e e riempiva i bicchieri fino all’orlo. Mi accorgevo da lontano che qualcosa galleggiava in superficie. Se n’accorge anche il “milanese”.

“Scusi, c’è del sughero nel bicchiere!”

“Ah si?” risponde seccatamente.

A quel punto tutto il bar si aspettava il cambio del calice. E invece no.

Il banconista pensava bene di riversare il contenuto di metà calice in un bicchiere, praticamente fino a rimuovere il sughero in superficie, poi beatamente prendeva la bottiglia e saturava ancora il calice del cliente. Io lo guardavo incredulo, il cliente, un po’ sbigottito, mestamente si allontanava coi calici in mano.

15 minuti dopo, con l’arancina ormai intenta a chiedere pietà, arrivava il mio amico con lo scontrino. Una volta al mio fianco, si girava con sorpresa, poiché accanto a noi aspettava stoicamente la sua arancina, un tizio che aveva pagato almeno dieci minuti prima. Praticamente lo aveva intravisto alla cassa ad un terzo del percorso d’attesa ed ora ancora lì in cerca della “banconista Houdinì”.

Intanto i nostri Crodini, ormai acquosi, grazie all’enorme quantità di ghiaccio, aspettavano di essere bevuti sgranocchiando qualche cosa, così mi decidevo a chiedere due stuzzichini: “scusi, ci può portare delle patatine?”

Senza ricevere alcuna risposta, venivamo serviti con una ciotola scarsa di patatine, però bella “‘nzivata”.

A quel punto finivamo in fretta il nostro aperitivo per tornarcene finalmente a casa.

Si potrebbe dire che “la breve storia di un aperitivo” si sia conclusa così, con un pizzico di delusione e di scontento. In realtà questo, dalle nostre parti, è solo un esempio tra i tanti che ho voluto raccontare. Un cattivo modo di fare pubblicità alla propria città e alla propria impresa.

Ed è un peccato.

Siamo in un momento favorevole, in cui l’economia legata al turismo è in ascesa, dove Sicilia fa coppia con bellezza. E invece, ancora, stiamo qui a raccontarci le occasioni perdute, le delusioni e i locali da evitare.

Purtroppo questo è un “atteggiamento” diffuso, quello sì che andrebbe evitato, per il futuro degli esercenti e, in verità, per il futuro del nostro “turismo”. Un futuro di cui siamo responsabili, anche, per non dire soprattutto, attraverso l’atteggiamento. Un’arroganza che deve cedere il passo all’accoglienza, che, badate bene, passa anche da una semplice ciotola di patatine pulita.

Breve storia di un aperitivo (1a parte)

storia di un aperitivo

Voler fare un aperitivo anche nelle città più “pronte” all’accoglienza turistica può essere un’esperienza sbalorditivamente negativa… Vediamo perché…

storia di un aperitivoNon sono bastati tripadvisor, social, twitter, food blogger, nonne col telefonino, tag super utilizzati quali “foodporn” e recensioni di qualsiasi genere. In provincia di Palermo un aperitivo, ma anche una cena, devono sempre essere motivo di mortificazione e noncuranza del cliente.
Caso vuole, “bottana ra miseria”, che il cliente sia molto spesso pure io.

Più o meno la storia è sempre uguale: fai un giro, è quasi ora di cena e decidi di fermarti in un bar più o meno noto della zona. In questo caso Cefalù.

Apro una parentesi.

Cefalù ad agosto, per la nostra provincia, è come Taormina per i Messinesi o Cortina per i Veneti.

Comunque sia, dicevo, l’obiettivo è abbastanza semplice: ristorarsi prima di rientrare a casa.
Il problema invece è sempre lo stesso: la gestione delle attività.
Teoricamente, tutte attrezzate e organizzate per accogliere al meglio il cliente. Nella pratica invece, sembra siano in gara per non farlo tornare più.

Non farò i nomi delle attività in questione, non è il mio compito e manco mia intenzione far cattiva pubblicità. Con questo post invece vorrei aprire un dibattito sul tema “accoglienza del cliente”. Ovviamente, sono salve dalla questione, tutte quelle imprese che ben lavorano e figurano sul territorio e che, come diciamo noi a Palermo: “ca sa sientinu”. Meno invece, per quelli “ca sa sientunu sucata”. Loro, in genere, sono esattamente quelli che dovrebbero prestare più attenzione.

Ma torniamo ai fatti.

Dopo un pomeriggio di mare, con alcuni amici, decidiamo appunto, di fermarci in un rinomato bar di Cefalù. Appena arrivati prendiamo posto in uno dei tavoli liberi sulla terrazza esterna del locale. Qualche minuto dopo, una cortese dipendente, ci invita ad alzarci poiché il tavolo risulta essere prenotato, pur non avendo alcuna indicazione evidente al mondo esterno.

Un po’ seccati, ci spostiamo su quello affianco da cui altri clienti s’erano appena alzati per andar via.
Mentre ci stavamo per sedere, una coppia di ragazzi del luogo, si avventa sul tavolo, con fare prepotente, per soffiarci lo spazio.
Poco prima infatti, li avevo visti intrattenersi con la cameriera, seppur in amicizia, per la nostra stessa ragione: un altro tavolo riservato in anonimo.

A differenza nostra però, avevano deciso di andar via scendendo le scale d’ingresso. Solo allora s’erano accorti del tavolo attorno a cui ci stavamo accomodando e, invertendo la rotta a tutto gas, come se noi fossimo assenti, pretendendo anche e forse, il diritto di prelazione di cittadinanza. “Prima di tutto i Cefalutani!”

Presa un po’ alla sprovvista dalla mossa degli “amici” ci propone, su invito del ragazzo che ormai aveva anche deciso di sedersi, di condividere il “nostro” tavolino.
All’insistenza della cameriera e all’invadenza del ragazzo, ormai deciso a non andarsene, rispondo con un secco “no”. Prendo lo zaino con fare infastidito per andar via e a quel punto il colpo di genio dell’impiegata: “guardate che dentro abbiamo altri tavoli, potete accomodarvi li”.

Me lo dice sorridendo e col block notes pronto per le ordinazioni degli amici.

Quindi pure la più classica delle beffe. Comunque salutiamo e andiamo via.

E intendiamoci, il tavolo condiviso non mi spaventa, mi da fastidio la dinamica.

E vabbè…

Senza perdere l’entusiasmo decidiamo di trasferirci in un altro locale. Alla fine Cefalù è grande, l’offerta infinita.

Anche questo è un bar, un pò più affollato del precedente, di quelli dove fai lo scontrino prima di consumare.

Scegliamo dunque un’arancina accompagnato da un Crodino. Un aperitivo tutto da consumare in piedi.

“Stavota un mi futtinu”, pensai tra me e me.

continua… (qui)

Avidi di sofferenze

Creare identità è un mestiere complicato, un’arte da coltivare con estrema cura e attenzione. I dettagli sono come le briciole, se non le aspiri, poi attirano le formiche. E chi si nutre di dettagli ha sempre fame. Un po’ come quelli che si alimentano del dolore altrui. Famelici assetati di sofferenza, di cortile, di suggestioni del peccato. Avversi alla felicità, pronti a speculare sul destino. Goderecci nel trafiggere e affondare la lama nel momento del non ritorno. Distratti dall’avidità, ciechi nel calpestare la notte delle persone.

Questione di Hacker

Le catene estive, le risposte con i propri dati personali, le foto nei luoghi delle vacanze. Dati consegnati gratuitamente agli hacker

Da qualche settimana gira su facebook la nuova catena dell’estate. Come è noto, queste molto spesso servono da esca per acquisire informazioni private sugli utenti che poi, per permettere al gioco di continuare, taggano altri utenti che a loro volta aggregano altri utenti. In poche parole un post che potrebbe sembrare elementare, quasi stupido, finisce per essere veicolo per rendere pubbliche alcune informazioni private che malintenzionati possono facilmente sfruttare per superare i controlli di sicurezza di molti account online.

Più o meno le domande del gioco sono queste:

L’anno che mi è stato assegnato è il ****
Quanti anni avevo?
Adesso?
Avevo una relazione?
Adesso?
Dove vivevo?
Adesso?
Avevo animali?
Adesso?
Ero felice?
Adesso?
Avevo figli?
Adesso?
Clicca mi piace e ti assegno un anno.

Una volta condiviso lo stato con le proprie risposte, quando un utente clicca “mi piace” al post, avrà assegnato dall’autore un anno a cui associare i propri dati e così via.

Ed è molto interessante che si partecipi così disinibitamente a sto gioco virale, catena di polli, in cui senza sforzi si consegnano agli hacker informazioni per violare profili e account.

Poi non lamentatevi se sarete hackerati perché, pur avendo stabilito tramite uno status che facebook non potesse usare i vostri dati, avete rilasciato tutte le informazioni utili per superare le impostazioni di sicurezza dei vostri account, taggando anche milioni di altri profili e quindi condividendo il tutto con decine di migliaia di sconosciuti.

E non lamentatevi neppure quando verrete contattati dalla polizia postale perché la vostra mail verrà utilizzata da un finto Principe nigeriano coi soldi bloccati e che richiede un versamento urgente per sbloccare le somme in cambio di un compenso

Bravy, vi lovvo tantyssymo