Uscire il sabato sera a Palermo non è mai facile, specialmente per uno come me che in genere ama poltrire , mangiare una buona pizza e guardare la tv.
Decisi di interrompere il solito rituale del sabato sera ed accettai di andare con gli amici a prendere una pizza in centro città.
Sottolineo che non amo ricercare nuove esperienze culinarie, sono un tradizionalista affezionato alle 3-4 pizzerie di sempre e già questa “novità” di andare in un posto sconosciuto mi conviceva poco.
In ogni caso, giusto quella sera, era preso dall’euforia per aver partecipato alla festa “Pizzo Free” di piazza magione e quindi accettai più facilmente.
Fu così che insieme allo stato maggiore di Fascio e Martello mi avviai verso “Palermo ” pronto ad immergermi nei sapori di via bara dell’Olivella.
Premesso che eravamo con un sola auto e guidava Fenics, arrivammo in zona Teatro Massimo verso le ore 22:00. Lo scenario che ci si presentò davanti era quantomeno apocalittico, non trovammo posto a sedere manco a pagarlo oro. Piazza Spicuzza era gremitissima, tutta fumi e tanto arrosto.
Decidemmo di indagare e ci spostammo sulle vie laterali di via Maqueda. Ad un tratto un giovane attratto probabilmente dai nostri sguardi affranti, stanchi ed affamati, ci venne incontro con fare affabile, e ci invitò a prendere posto nel suo locale, o meglio nel locale da lui rappresentato .
In preda alla fame non opponemmo resistenza.
Per dovere di cronaca voglio precisare che il picciotto era in realtà un tizio dall’età imprecisata, tra i 20 ed i 50 anni, capello liscio e con un bel ciuffo di 20 cm con caduta a cascata sul versante destro della testa ultimando la sua corsa sulla fronte. Insomma il classico picciotto da bar alla palermitana.
Non ci volle molto per farci capire che qualcosa in questa serata non sarebbe andata per il verso giusto.
Il tavolo a noi destinato fu quello al centro della strada, per rendere più gradevole il nostro soggiorno, ogni tanto, qualche motorino ci sfiorava il gomito e ci sgommava tanto vicino da farci assaporare il tubo di scarico.
L’arredo del nostro tavolo era veramente “extra-lusso” e si presentava così; tavolino in plastica, stile mare, coperto da tovaglia mercatino a fiori di pura plastica trasparente. Per assaporare le piatanze c’era una forchetta arrotolata insieme al coltello all’interno di un tovagliolo.
In seguito la tavola fu arredata di tutto punto. Portarono immediatamente quattro bicchieri, per cinque persone, di cui due in apprezzato stile “Sacro Graal”, in origine presumibilmente trasparenti oggi colore oro, gli altri due invece erano da vino.
Al centro ci piazzarono un bel porta tovaglioli in ferro e due bicchieri di plastica, incastrati all’interno di un solo porta bicchieri in ferro, di quelli che formano una molla, di colore giallo. Uno di questi lo presi io ed era pieno di insetti neri.
Il gestore si occupava prevalentemente della griglia, una bella graticola in ferro, che manifestava tutta la sua magnificenza agli angoli della strada. Il braciere era alto circa 150 cm e largo 200, mentre il piano in ghisa era totalmente arruginito.
Al fianco dell’arrostitore giacevano in una bella tavola espositiva, carne e pesce “fresco”, così fresco che l’occhio era in tinta con le squame. Non sto qui a spiegare che la carne migliore ed il pesce veramente fresco sono esclusiva dei parenti.
In ogni caso dopo un’ora d’attesa finalmente qualcuno si decise a portarci il menù. Era il classico prezziario stampato su carta A4 volante e con i costi ritoccati all’insù con evidenti segni di penna. I rincari erano sempre di uno o due euro rispetto alla stampa originale. Per capirci la pizza biancaneve era già arrivata a 4,50€.
I prezzi eccessivi e l’evidente inadeguatezza del locale piuttosto che la scarsa professionalità del personale, ci fecero optare per la linea di “mangiata smal”. Spendere poco ed andare via a gambe levate.
Ordinammo dunque una semplice pizza accompagnata da acqua frizzante. L’acqua però si tramutò subito in naturale poichè ci accorgemmo che era in atto la solita furbata delle bottigliette da mezzo litro allo stesso costo di quella da uno e 1/2.
Un ristorante di tale portata non si potè smentire ed infatti a sole 3€ ci venne servita acqua in bottiglia di plastica da due litri marca “Roverella” ( nei supermercati viene venduta a 0,20 €).
Al termine dell’ordinazione fummo presi dalla classica allegria-nervosa e cominciammo a scrutare meglio la situazione. Iniziammo i pellegrinaggi verso l’interno del locale alla ricerca del locale cucine. Nessuno di noi però riuscì a trovare forni o personale di cucina.
Passò la prima ora d’attesa immotivata, visto che eravamo gli unici clienti del locale.
Poi ad un trattò si comincio ad udire una musichetta che ci apparve subito conosciuta. Era quella de “IL PADRINO” (guarda video).
Fu a quel punto che tra l’ilarità generale, un gruppo di stranieri presumibilmente americani, affascinato dalla musica e dal titolare molto caratteristico, un vero “Little Italy Boy”, si fermò e si accomodò in uno dei tavoli tristemente vuoti che ci circondavano.
Come noi, anche loro ebbero un tavolo di “rispetto”. Fu li che mi accorsi che vennero assaliti dal dubbio d’essere capitati in un brutto posto.
Intanto continuava la nostra attesa fatta di richieste pressanti al proprietario e di occhiate brutte ai camerieri. Ormai imperava la stanchezza e l’impazienza. Stava diventando insopportabile stare in quel postaccio.
Nel mezzo della nostra biblica attesa avvenne l’ennesima sciagura. Partì la musica di un karaoke. Una voce terrificante penetrava le nostre orecchie, uno strazio terrificante.
A pochi passi dall’ingresso della locanda una “ragazza cannone”, vestita in rosso Valentino ma con le pieghe della pancia in stile gabibbo, si dimenava con fare ammaliante davanti all’asta di un microfono.
Il gestore della pizzeria era fermo ad ammirare, quasi commosso, la sua creatura esibirsi. A rendere ancora più orribile quella esibizione fu l’abbigliamento dell’artista. Il cappello da texano e le sue forme poco suadenti ci fecero perdere l’appetito, che nell’attesa era divenuto insopportabile. Poi sulle note di di Renato Zero, Aleandro Baldi e Ron, alle spalle della donzella, aveva preso posto un ragazzo, vestito da messicano, prese il microfono e l’accompagnò storpiando tutto in un tragicomico napoletano.
Fu li che realizzammo che si mangiava all’esterno perchè all’interno era allestita una sala canto, passatempo dei figli del capolocanda.
Per grazia ricevuta poco dopo arrivarono le pizze per noi e per loro le costolette di maiale . Finalmente tacquero.
Erano passate due ore dall’ordinazione, e quando ci presentarono davanti quell’impasto di farina condito alla meno peggio, ci sentimmo mancare. Fu così che realizzammo che effettivamente in quel ristorante non c’erano veramente i forni e con loro i pizzaioli.
Non capimmo se quelle pizze furono acquistate da qualche parte e servite a noi o cosa più probabile che le avessero impastate nella loro casa-putia in fretta e furia.
Ci fu invece chiaro che l’impasto non aveva avuto il tempo di lievitare e che il sapore era peggiore dell’aspetto.
Alle 24:30 finalmente l’incubo terminò, ci alzammo incazzati neri e salutammo come si conviene in questi casi: “ARRIVEDERCI”…”FOIRSEEEEEEEEEEE”!
Scritto per fascioemartello.it il 19 maggio 2008