Mia suocera beve, “dipende tutto dall’infanzia”

Con la #SquadraDeSilva abbiamo scelto di leggere con voi “Mia suocera beve” di Diego De Silva e dopo le pubblicazioni di Martina Guercio e Luciana Cusimano, tocca di nuovo a me. Siamo nel quinto capitolo che si chiama “Dipende tutto dall’infanzia”.

Come già detto, ambiamo alla vittoria, per cui lasciateci un like e fatevi un giro sulla pagina di Iorestoacasaeleggo per confrontare le nostre letture con quelle degli “avversari”.
Ciaooooo

Mia suocera beve, fine 2°capitolo

Come sapete sto partecipando al gioco promosso dal Comune di Isnello#IoRestoACasaEleggo.
Avevo scelto di leggere con voi “Mia suocera beve” di Diego De Silva e mi ero interrotto a pagina 6 del secondo capitolo che finisco in questo nuovo video.
Con Luciana Cusimano e Martina Guercio siamo la #SquadraDeSilva e ovviamente ambiamo a vincere quest’iniziativa. Per cui lasciateci un like e fatevi un giro sulla pagina di Iorestoacasaeleggo per confrontare le nostre letture con quelle degli “avversari” 

Io resto a casa e leggo Diego De Silva

Ciaoooo! Anche io partecipo al gioco promosso dal Comune di Isnello, #IoRestoACasaEleggo, per sentirci più vicini in questo momento di difficoltà dovuto all’emergenza “corona vairus”. (Potete seguire l’iniziativa qui)
Ho scelto di leggere con voi “Mia suocera beve” di Diego De Silva e mi auguro non me ne vorranno l’autore, e neppure la schiera di lettori professionisti che seguono questa pagina con i quali mi onoro di collaborare ogni giorno.
Come vedrete infatti, questa è solo una prova “poraccia” di lettura!!! Ma partecipare è bello e per Isnello, io ci sono sempre. Questo di De Silva è però un libro super divertente, frizzante, mai banale, che spero di condividere con altri compagni di strada che aderiranno alla “#SquadraDeSilva”.

Le pagine lette fin qui comprendono i capitoli :
– SULL’INOPPORTUNITÀ DELLE DOMANDE A PIACERE;
– IL COMUNE SENSO DELL’ESTETICA fino a pagina 12.

…continua…

Descrizione del libro

Vincenzo Malinconico è un avvocato semi disoccupato, semi divorziato, semi felice. Ma soprattutto è un grandioso filosofo autodidatta, uno che mentre vive pensa, si distrae, insegue un’idea da niente facendola lievitare. E di deriva in deriva va lontano, con l’aria di sparare sciocchezze dice cose grosse sull’amore, la giustizia, il senso della vita. Intorno a lui capitano eventi straordinari, ma più straordinari ancora sono i pensieri stravaganti e fuori luogo di cui ci mette a parte in tempo reale, facendoci ridere e riflettere, trascinandoci nella sua testa sgangherata e bellissima. Al centro del romanzo questa volta c’è un sequestro di persona ripreso in diretta dalle telecamere di un supermercato. Ad averlo studiato ed eseguito è il mite ingegnere informatico che ha progettato il sistema di videosorveglianza. Il sequestrato è un boss della camorra che l’ingegnere considera responsabile della morte accidentale del suo unico figlio. Il piano è d’impressionante efficacia: all’arrivo della televisione, l’ingegnere intende raccontare il suo dramma e processare in diretta il boss. La scena del sequestro diventa cosí il set di un tragicomico reality, con la folla e le forze dell’ordine che assistono impotenti allo «spettacolo». La sola speranza d’impedire la tragedia è affidata, manco a dirlo, all’avvocato Vincenzo Malinconico, che l’ingegnere incontra casualmente nel supermercato e «nomina» difensore d’ufficio. Malinconico, con la sua proverbiale irresolutezza, il suo naturale senso del ridicolo, la sua insopprimibile tendenza a rimuginare, uscire fuori tema, trovare il comico nel tragico, il suo riepilogare e riscrivere gli eventi recenti della sua vita privata (la crisi sentimentale con Alessandra Persiano, le incomprensioni dell’ex moglie e dei due figli, l’improvvisa malattia dell’ex suocera), riuscirà a sabotare il piano dell’ingegnere e forse anche quel gran pasticcio che è la sua vita.

Il coronacose

In questi giorni d’isteria generale giustificati dalla presenza del “coronavirus”, il nemico sei sicuramente tu. Sì sì, proprio tu che stai leggendo e probabilmente sfreghi le dita pensando a quando arriverà la stoccata nei confronti di “quegli altri” che di solito sono i protagonisti del cattivissimo me.

E invece questa volta parlo proprio di te. Di te che, inconsapevolmente, potresti essere il nemico della porta accanto, lo stronzo, il classico demente che lascia la caccola sotto al pulsante dell’ascensore aspettando il momento in cui qualcuno, probabilmente io, ci metterà le mani sopra. Lo stesso che sta pensando di leccarsi le dita al prossimo fonzies per poi passare il pacchetto all’amico affianco.

Già, perché l’italiano può rinunciare a tutto, ma non ad essere il sudicio di sempre. Il problema è l’altro, sempre l’altro. Ma l’altro chi?

E’ sempre lo stesso l’altro! Siamo noi! Quelli che sputacchiano per terra, che fumano in qualsiasi luogo e che alla prima occasione fanno inalare l’afflato tabaccoso al primo che passa. Tanto il fumo fa solo male, mica fa venire una polmonite!

Quell’italiano siamo sempre noi. Gli stessi che, per ragioni oscure, provano indignazione per le abitudini dello sconosciuto e poi, indifferenti, prendono il caffè accanto al netturbino in divisa che sta comodamente poggiato al bancone del bar, occupato a mangiare noccioline dalla tazza comune mentre con la mano rimanente sorseggia, ridacchiando a bocca aperta, una birra.

Attorno al “coronavirus” abbiamo creato una comunità fatta di alcol e spugnette, in fondo però, non abbiamo cambiato un cazzo. Chiunque procede con la sua quotidianità fatta di lerce abitudini, come appunto fumare in faccia alla gente, scaccolarsi e poi premere i tasti per scendere alla prossima fermata del bus o, appunto, sorseggiare una birra rilasciando percolato dalle scarpe anti infortunistica.

Eppure sembriamo crederci quando ci arrabbiamo per un colpo di tosse, quando guardiamo male quelli che entrano in farmacia o quando vediamo uno “stolto” appollaiarsi su una panchina. Sembriamo seri, ma non riusciamo intimamente ad allontanare il sudiciume.

Il “coronavirus” infatti resta un problema dello Stato, della Cina, di quelli che all’interno della “Zona Rossa” vogliono vivere una vita normale mentre dovrebbero starsene soli a casa a custodire in famiglia il virus. Che centriamo noi?

Solo diritti e legittime pretese.

Ad esempio, servono dei “baby sitter”, che segretamente chiamiamo insegnanti, ai quali affidiamo i figli perché a stare con loro ci rompiamo i coglioni (giustamente!) ed è per questo che facciamo petizioni per far smettere quest’emergenza!

Tra l’altro oh, quante firme servono per estinguere possibili pandemie da figli in casa!?

Che poi mi sorge un ulteriore dubbio: ma in estate, quando questi ragazzi c’hanno tre mesi di vacanza perché la scuola finisce, a chi cazzo li lasciamo?

Boh. Non si sa. Però intanto firmiamo contro questa emergenza di “coronacose” che crea problemi agli italiani, alle famiglie, al turismo, alle compagnie aeree, ai supermercati, agli ospedali, ai vecchi, ai diabetici e crea problemi a chiunque insomma, “non deve cambiare le proprie abitudini”.

Per fortuna ci pensarono i giornali a tamponare l’emergenza del cambiamento! Grazie per averci rassicurato al grido di: “ricominciate a sputare per terra, in Italia va tutto bene!”

Adesso però è tardi, la realtà ci sta sputando addosso, anche ripetutamente e vorremmo essere come quelli che mantengono le distanze dagli altri per natura, uguali a quelli che non si muovono dai confini se non per necessità e normali come quelli che comprano carta igienica a sufficienza anche in periodo di pace.

Già, di pace, perché questa è diventata una guerra all’ultimo respiro, è il caso di dirlo. Una guerra tra chi piscia al buio e chi piscia ricordandosi sempre che il prossimo a sedersi potrebbe essere lui.

Nel frattempo comunque, se dovessi morire, non pensate a me, ma a quelli che dovranno alzare la bara.

Rip.

La “delinquenza” al lavoro

La nuova “delinquenza” di Roma, si fonda sostanzialmente su due grandi categorie di lavoratori: quelli col furgone (e non mi riferisco solo ai corrieri) e le pseudo compagnie di sicurezza.

Entrambi infestano qualsiasi elemento del centro e non solo, con tracotanza e maleducazione, rendendo, quel che resta di una città ormai orrenda di suo (non devo specificare a cosa mi riferisco), un posto ancor più brutto.

Questi infatti, hanno preso possesso di qualsiasi strada, buco, passaggio pedonale, striscia di qualsiasi colore e forma, indifferentemente se per auto, bus, taxi, moto, disabili, insomma, hanno il pieno potere sulla mobilità cittadina, soprattutto del centro e in particolare del “triangolo d’oro”, cioè di quei luoghi che per naturale corso, dovrebbero essere il motore turistico, amministrativo, economico, politico della città.

Questa è la Roma che si vive ogni giorno, soprattutto per una utenza che già di per sé si trova a combattere con mezzi pubblici insufficienti, una rete metropolitana pessima, posteggi su strada pochi e a pagamento e parcheggi tipo il Saba di Villa Borghese che tanto vale che te la fai a piedi da casa, visto che non funzionano giornalmente i tappeti mobili e dove le scale mobili sono fuori uso da almeno due anni (sicuro da quando ci vivo).

Di questi tempi insomma, come se già non bastasse, ti mette a dura pure prova anche questa forma di “camorra” della mobilità che si permette di riservare per sé, e per i propri amici, amanti e parenti, qualsiasi spazio pubblico che potrebbe supplire alle mancanze strutturali o in altri casi, che cerca di metterti sotto ogni qualvolta intralci i loro propositi di record su strada, “tre metri per trenta”.

È va bé, si potrebbe continuare all’infinito, ma sarebbe inutile, più di quanto già scritto.

Sardine che si agitano nel mare

logo sardine palermo
logo sardine palermo

Qualche giorno fa, narrano le cronache, che a Palermo si siano ritrovate circa 4000 “sardine”, persone, che tutte messe insieme, formerebbero un banco contro la deriva “fascista”, di questo paese. Il movimento nato intorno ai social network, raccoglierebbe individui che spontaneamente si raccolgono nelle piazze a manifestare appunto, contro la prepotenza di nazione rappresentate dall’attuale “Lega” di Salvini ivi compresa tutta la sua compagnia al seguito.

Fin qui tutto apparentemente interessate, seppur, sento la necessità di evidenziare un paio di cose che ruotano attorno a questo ormai celebre movimento della gente. L’ennesimo.

La prima è che a Palermo, un modo per celare un accordo nato clandestinamente tra le parti, viene espresso dietro alla maschera di un celebre modo di dire che è “pasta chi sarde”. Con questa piccola premessa, vorrei illustrarvi intanto quello che mi è arrivato durante questa “celebrazione” del pesce, per poi arrivare ad alcune considerazioni più generali sui movimenti della “gente”.

Ad esempio, probabilmente ispirati dalla possibilità di un accordo pasta con le sarde, ecco che in quella piazza erano presenti alcuni esponenti di tutto l’arco costituzionale politico del panorama cittadino che avranno pensato bene, di mescolarsi al banco sapido delle sardine per colmare il proprio vuoto d’esistenza. E’ sempre bello farsi due selfie con tanta gente intorno, specialmente se in prospettiva ci si vuole ricandidare.

Tra la loro, per dire, non ho potuto fare a meno di notare attuali Sindaci, ex candidati a sindaco con il centro destra (eh si, alleati di Salvini), ex senatori del Movimento Cinque Stelle, gran parte della galassia dei defunti/rinati di Liberi e Uguali e tantissimi amici di Italia Viva, i renziani per capirci, che da veri appassionati della spesa “low cost”, probabilmente sono andati da quelle per verificare l’occhio della sarda. Ora, questo “neonato” movimento, e scusate il gioco di parole, “nato dalla gente”, altra frase che si una per celare qualcosa di uguale e non libero ma che deve apparire naturale, si é presento alla piazza sotto forma di tantissime persone e questo di per sé é l’unico aspetto che finora ho apprezzato. 

Quello che però non mi piace, oltre al succitato impasto di ex qualcosa, é per esempio l’aver fatto di una rappresentazione popolare, un “brand”. Già, perché al di là del fatto che sia nato ed esploso così in fretta, la cosa che mi incuriosisce di più é questo fatto che si é subito pensato di registrare il marchio delle sardine. In sostanza è come se domani mattina scorreggiassi sul bus, e la prima cosa che pensassi di fare, piuttosto che dimostrare che quella non é puzza, ma fragranza, fosse quella di registrare la macchia sulla mutanda, elevata a simbolo della forza aggregativa che pirito e merda hanno di suo per costituzione.

Quindi, per sintetizzare, neanche sono nati e pochi giorni dopo hanno sentito la necessità di brandizzare “piazza e gente” allo stesso modo di come si identifica e marchia un qualsiasi sottoprodotto da discount. Perché dico questo, perché trovo assurdo che la prima cosa che si sia pensato di fare di un sentimento, sia stato quello di rinchiuderlo all’interno di un brand rivendibile in qualche contesto, magari che ne so, sotto forma di magliette. E lo capisco che Ficarra e Picone lanciarono una bella idea parlando della fama di Che Guevara nel mondo della moda, ma si può veramente circoscrivere in un logo, una in una piccola “r” un sentimento?

Successivamente, la seconda domanda che mi pongo e vi giro è poi sempre la stessa, finita l’aggregazione contro qualcuno, l’idea, l’ideologia, qual é? Ho letto il manifesto, ne condivido alcuni punti ovviamente, ma ci si può presentare ancora dicendo no ai partiti, no ai simboli, no alle ideologie? Ma veramente siamo convinti che serva un qualcosa di già visto che non parli ad una visione del mondo?  Io credo proprio di no, perché la necessità di oggi che poi è quella di sempre é avere una visione del mondo, delle cose del mondo, del funzionamento del mondo! Un’idea, un’ideale di mondo, e non mi basta dire no a Salvini e alla sua Lega, per sentire appagato il mio desiderio di realtà! Non servono i simboli, servono simboli associati ad idee e quindi ad ideologie.

Il fatto di aver alzato immediatamente le mani davanti a domande che facevano riferimento alla vostra idea politica del mondo, mi mette più paura dell’idea inutile del mondo che hanno i seguaci di Salvini!  Perché di domande ne abbiamo tutti tante e a queste domande devono rispondere visioni precise del futuro, non l’unione sotto all’egida di un marchio (pure brutto eh). Qual é lo spirito che succede alla piazza? Qual é lo spirito che metterà un qualcosa di concreto tra gli ex di tutto? Perché attenzione, quelli di cui parlavo sono già al loro posto in prima fila, non é che li schioderete così facilmente. Sono gli stessi che hanno ucciso qualsiasi argomentazione su ambiente, politica, dignità, lavoro e così via.

Nella vostra azione, al momento, ho visto solo la nascita di un marchio, di un logo, di un claim e di una piazza, piena, per carità, ma che risponde esattamente a schemi già visti e rivisti decine di volte! Sarete stati anche bravi a far presenziare tutte le ex al vostro “Life Achievement Award” riunendole al tavolo come un Jack Nicholson qualsiasi, ma non è sufficiente; sicuramente non è stimolante trovarsi in una piazza e rivedere le solite trite e ritrite facce tristi del fallimento. Questo lo abbiamo già visto decine di volte, in Sicilia poi migliaia; abbiamo avuto lenzuoli, forchette, forconi, onde e ora non ci mancavano pure i pesci.  Che poi anche a me piacciono le “idee” che vengono dalla “gente”, mi piacevano pure i “Cinque Stelle”, poi ne hanno voluto fare un brand senza identità e il risultato si é visto.

Mi piacevano pure le “forchette rotte” (non è vero), solo che già le vedovo posizionate alla destra della portata e infatti…  Mi vorrebbero piacere ancora le piazze, ma se a riempirle ci saranno sempre le questioni contro e mai le questioni pro, allora mi dispiace, ma fazzu a sulu, in solitaria.

Occhiu vivu!

Ciao Zia.

Ti accorgi di come vola bassa la mia mente?
È colpa dei pensieri associativi
se non riesco a stare adesso qui.
Segnali di vita nei cortili e nelle case all’imbrunire… (Segnali di vita – F. Battiato)

Ciao Zia,
Ciao Masino ; No sono Carmelo; eh u frate i Maria; No, il figlio di Tommaso; Eh Masino; No sono il figlio; ‘U figlio di Marietta; No zia sono Carmelo, Marietta è la nonna; ‘U sacciu cu sì; Ok.

Più meno le conversazioni con la zia Pina cominciavano tutte così e si muovevano all’interno di conversazioni che spesso confondevano “chi fossi e da dove venivo”.

Quello che però non mancava mai era l’affetto che traspariva e che sapeva comunque trasmettere per noi a prescindere dal fatto che credesse di parlare con me, con mio padre o con uno dei figli di sua sorella (la Nonna). Era sempre sorridente e dolce, fa dir la verità, ora che ci penso, non l’ho mai vista arrabbiata o scossa per qualcosa.

E’ chiaro, non siamo stati sempre prossimi nella vita, ma non cancellerò mai i ricordi di quelle estati ad Isnello che passavamo nella splendida armonia della casa dei Nonni.

Ma quelli erano e resteranno i tempi felici di tutti, soprattutto adesso che sei andata via anche tu,

Ti voglio bene.

No al taglio dei Parlamentari, sí alle preferenze

Il nuovo governo post Salvini è nato, ci siamo tolti dalle scatole, almeno per un po’, l’arroganza di Governo della Lega e presto arriveranno le nuove cose di cui lamentarci. Nel frattempo, prima della prossima crisi, vorrei lanciare una piccola riflessione su uno dei punti di programma presentati da Movimento Cinque Stelle con il sostengo del Partito Democratico soffermandomi sul tema del taglio dei Parlamentari.

Questo è un elemento che mi irrita davvero tanto e per un motivo che trovo pure assai banale da argomentare. Semplificando, lo sbandierato taglio è difatti un atto palese di indebolimento della democrazia che non porterà neppure alcun beneficio alla collettività.

Quei pochi “spiccioli” recuperati in termini economici infatti non avranno alcuna ricaduta reale per il miglioramento del Paese. Non sarà di certo mezzo miliardo di euro a cambiare le sorti di uno stato che necessita nell’immediato di riforme per almeno ulteriori diciannove miliardi e mezzo.

Ad essere intaccata invece sarà la rappresentanza territoriale, in soldoni, la democrazia di questa Nazione.

Semplificando ancora, da quando sono state tolte le preferenze che per molti erano anche l’unico momento per incontrare un Deputato, abbiamo disintegrato i partiti, figuriamoci cosa accadrà quando questi ultimi verranno dimezzati nel numero. Che interesse avranno, partiti e persone, a raggiungere i territori più sperduti?

Le campagne elettorali si concentreranno sulle grandi città, e chi se ne fotte dei paesuncoli con strade di merda che ad andarci rompe pure i coglioni!

Negli ultimi dieci anni, forse quindici a dir la verità, sono stati cancellati tutti i punti di contatto con la collettività, dai circoli alle segreterie fino anche la raccolta dei voti ai partiti e ai candidati.

Capisco bene la voglia di fare qualcosa, di dimostrare di aver attuato almeno uno dei punti fondativi di un movimento di protesta quale era il Movimento Cinque Stelle che più desidera tale riforma costituzionale, ma ad oggi, a ragion veduta, non sarebbe meglio rivedere anche su questo? Non sarebbe meglio aprire gli occhi finché c’è tempo?

Non sarebbe più equilibrato trovare dov’ è giusto tagliare senza intaccare quel minimo di democrazia rappresentativa che ancora ci resta?

Non lo ritenete anche voi un diritto questo?

Tommaso Di Gesaro presenta “Colori nella Penombra” ad Isnello

Colori nella penombra

Il 10 Agosto presso le “suore collegine” di Isnello alle ore 18.00, Tommaso Di Gesaro in compagnia dell’editore di Spazio Cultura Libreria Macaione – Nicola Macaione e al musicista Salvo Capizzi in un evento organizzato all’interno della rassegna “Isnello D’Estate” del Comune di Isnello presenterà la sua opera prima “Colori nella Penombra”.
Modera l’iniziativa il blogger palermitano Carmelo Di Gesaro.

Durante l’iniziativa sarà possibile acquistare il libro.

Colori nella penombra
Tommaso Di Gesaro isnellese ed avvocato affermato, uomo politico molto impegnato nel sociale e da tempo Presidente della Sezione Territoriale di Palermo dell’Unione Italiana Ciechi, ci offre il racconto di una intera esistenza segnata fin dalla prima fanciullezza da seri problemi di vista che lo hanno portato, nel tempo, alla attuale cecità. Una vita iniziata a Isnello, dolce paese delle Madonie, descritto con amore nel suo tipico paesaggio e nelle persone che lo animavano. Una vita condotta con tenacia e forte desiderio di affermazione, affrontando le difficoltà con determinazione, considerando fin dalla tenera età la scuola, l’apprendimento, la cultura e successivamente anche la fede e l’amore come conquiste continue per conseguire il sogno dell’autonomia, giudicata la finalità di base dell’esistenza, la sola in grado di consentire una soddisfacente vita sociale e la felice costituzione di una famiglia. Colpisce fin dalle prime pagine del libro la frequenza dei riferimenti ai colori del mondo circostante rimasti vividi nella memoria, memoria che ha indotto l’autore a intitolare questa autobiografia “Colori nella penombra”.

Segui l’evento su Facebook per visualizzare gli aggiornamenti. (clicca qui)

Il Cannolo di Piana (degli Albanesi)

Cannolo di Piana degli Albanesi

Nell’immaginario collettivo, quando qualcuno racconta di essere siciliano la prima cosa a cui ti associano è il cannolo. Di per sé la cosa non sarebbe male: questa nuova associazione di idee stereotipate sui siciliani, infatti, ha ribaltato una classifica che noialtri non gradivamo tanto.

Ce n’è voluto di tempo, ma alla fine la ricotta ha dominato su tanti altri luoghi comuni sulla Sicilia e la sua gente! Quindi, quando dico che vengo dalla Sicilia, sottintendo cannolo. E’ una formulazione di pensiero automatica che ormai è evidente persino a me, che fino a vent’anni non apprezzavo nemmeno questo capolavoro della pasticceria nostrana. Ancora adesso non saprei spiegarmi il perché di tale ragione, ma dopo i vent’anni ho scoperto di aver perso un pezzo importante della gioventù, come quando sei fidanzato per tanto tempo e lei alla fine ti lascia per uno appena incontrato sul treno.

Ecco quell’amarezza lì che però ho superato nel Natale 2001, proprio dopo aver rotto con la mia ex – vedi il caso – quando per la prima volta sono entrato nel trip della ricotta di pecora mescolata in un’alchimia con zucchero e gocce di cioccolata, e confezionata ad arte all’interno di una cialda croccante e fresca, che al solo morso ha cancellato due anni di inferno e regalato la felicità eterna di una nuova dipendenza.

Il cannolo di Piana degli Albanesi da allora è la mia “droga dolce”! Girano tante leggende sui cannoli di Sicilia, tipo che il dolce chiamato cannolo di Dattilo (TP), sia il migliore: tante storie a mio avviso narrate per creare un senso di concorrenza che in realtà non esisterà mai. Perché semplicemente nella mia regione ogni provincia ha le sue peculiarità a cui il cittadino resta legato e affezionato sia in terra natale che al di fuori di essa.

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