First, George!

Millenovecentosessantatre, veniva ucciso un uomo, brutalmente; sapeva dire alla sua gente – “se non siamo in grado di porre fine alle differenze, alla fine non possiamo aiutare a rendere il mondo sicuro di tollerare le diversità” – quell’uomo, quel politico, si chiamava John Fitzgerald Kennedy, che il 29 maggio avrebbe potuto compiere 103 anni e senza il 1963, forse, anche due mandati da Presidente degli Stati Uniti e ancora, probabilmente, cambiato la storia del suo Paese.

“Lasciatemi, non riesco a respirare…” sono le ultime parole di George Floyd (27 maggio 2020), a cui hanno tolto la vita allo stesso modo in cui la tolsero a quell’uomo che voleva fare della diversità un valore. George, come John che non aveva altra colpa se non quella di trovarsi davanti ad un altro uomo che ha dimenticato di ascoltare.

I Can’t breath. L’asfissia è una condizione di scarsità o assenza d’ossigeno; l’asfissia da schiacciamento si verifica quando un soggetto è bloccato sotto un peso o una forza tale da impedire la normale respirazione. Non bisogna essere uno scienziato per comprendere che il prolungarsi di questa situazione ha un unico esito possibile: la morte.

George Floyd è stato per svariati minuti con il ginocchio dell’agente Derek Chauvin sul collo mentre era steso a terra al termine di una colluttazione; era ammanettato ed aveva quella che viene definita “fame d’aria”, tipica nei casi di asfissia. Floyd supplicava di smetterla, perché non riusciva a respirare e pregava di non essere ucciso, di essere aiutato.

George è morto sull’asfalto, ucciso da un uomo incapace di sentire la colpa, di gestire la violenza e persino la folla che nel frattempo, accalcata, gli urlava contro di smetterla. Un uomo anche lui, che macchiava così quel distintivo portato sul petto e che richiama ad altre parole, ad altri doveri: “proteggere e servire”.

Protegge e servire, un compito disatteso, violato e umiliato. E se non bastasse questo, a far di più orrore, è stato leggere che George non sarebbe stato ucciso dall’azione cieca della violenza, piuttosto. invece, da un incidente medico (dichiarazione della polizia del 27 maggio 2020).

George Floyd non è stato ucciso, è stato vittima di un incidente, come quando cadi dalle scale e batti la testa accidentalmente.

Ma quanti incidenti dobbiamo ancora sopportare? Per quanti altri anni ancora il colore della pelle rappresenterà un incidente della natura in grado di farti morire?

L’America e noi tutti, piangiamo un uomo che ha avuto la sfortuna di avere la pelle del colore dell’asfalto, lo stesso sui cui è morto come un’ombra appiattita.

Da Minneapolis a New York, passando per Denver, le persone scendono in piazza al grido di “I CAN’T BREATH” (non riesco a respirare n.d.r.) e tornano le tensioni che non vedevamo da un tempo, le stesse che John voleva fermare.

Alla Casa Bianca però, non c’è il sostituto di John, ma uno che definisce le proteste, opera di teppisti.

Corsi e ricorsi.

Siamo potenzialmente di fronte ad un nuovo caso Rodney King? Anche allora, una morte per incidente da uomo, causò la rivolta (Los Angeles 1992) e 30 anni dopo la situazione appare persino peggiorata.

È tempo che gli Stati Uniti, terra di libertà e di opportunità, guardino dentro i recessi bui della loro anima; la stessa che ritiene accettabile che esistano movimenti suprematisti, che si guardi ancora al bianco e al nero, che permetta ad un uomo di legge di andare in giro con un berretto con su scritto “Make whites great again”. E ancora, che permetta al suo Presidente di costruire muri.

JFK è morto sognando un paese più equo, più giusto, più uguale, ed oggi, giorno del suo compleanno, l’unico augurio che possiamo farci è che il suo sogno diventi realtà.

Carmelo Di Gesaro e Giovanni Scarlata

A cazzo di cane.

Ci chiudono in casa due mesi, non succede sostanzialmente nulla. Prima ci dicevano “è tutto a posto” e poi muoiono più di ventimila persone. Poi Boris Johnson veniva deriso e adesso puntiamo all’immunità di gregge perché in fondo, Boris, aveva solo spoilerato.
Quindi, in definitiva, apriranno tutto e continueremo ad ammalarci a caso.
Abbiamo perso soldi, lavoro e amicizie, ci siamo spaventati, prosciugato le riserve di lievito, farina e uova. Abbiamo rinunciato a tutte le nostre abitudini, aperto al controllo della nostra privacy, pagato a vuoto assicurazioni e abbonamenti, acquistato garze per mascherine a 70€ l’una, ci siamo rotti i coglioni con decine di video chiamate, pubblicato ogni singolo orrido angolo della nostra casa, cantato dai balconi, solidarizzato con Zingaretti, pianto per Sepùlveda, ascoltato ogni sera Sallusti, cazziare De Luca, ci siamo fatti dare lezioni di igiene da Barbara D’Urso, abbiamo scoperto che si può scampagnare sui tetti e lo abbiamo fatto per niente.
Grazie Italia, #andràcomesempreèandata
A cazzo di cane

Il ritorno delle seconde case

Ragionamenti sul domani, il ritorno delle seconde case.
Finita l’emergenza covid-19 succederanno molte cose, tra queste, arriverà l’estate e riemergeranno vecchie abitudini.
In questo momento pensare al futuro sembra lontano, difficile, ma torneremo ad una forma di normalità e abbiamo l’obbligo di immaginare cosa accadrà.
La prima tappa di questo percorso, a mio avviso, sarà la necessità di riconquistare la serenità, la libertà e alcune forme di “svago” dimenticate.
Quelli come me, assaporano ancora le estati felici passate nei paesi, nelle campagne, nelle piccole case al mare e legano i propri bisogni di libertà, alla normalità di quelle vacanze, di quei ritmi, di quello stile di relax.
Dopo questa esperienza di clausura forzata, causa di stress, molti di noi torneranno mentalmente e fisicamente a voler riassaporare quelle estati lì (anche perché mancheranno risorse e volontà per altro tipo di vacanze).
Ai Sindaci, agli amministratori, associazioni dei tanti luoghi un tempo meta di turisti da seconda casa, penso in particolare alle Madonie, auguro di mettersi in moto sin da ora per riuscire ad offrire al più presto servizi (es. connessioni internet pubbliche, servizi navetta), attività, parcheggi, biblioteche, aree verdi, piste ciclabili, aree giochi, ma anche, se possibile, finanziamenti per ristrutturazioni private, incentivi, e quant’altro per permettere loro un felice ritorno nei paesi d’origine e sfruttare al meglio un’occasione irripetibile per il rilancio dell’economia di tanti borghi dimenticati

La questione delle grigliate sui tetti

Fino ad ora, nella lotta al coronavirus, al rispetto delle regole, tutto sommato, la città di Palermo aveva mantenuto una sua dignità.
Certo, ripensandoci, allo scattare dell’allerta nazionale sono stati presi d’assalto i negozi h24.
Poi qualcuno ha alzato il tiro volendo saccheggiare i supermercati e adesso, giusto per non farsi mancare nulla, siamo alle feste e grigliate sui tetti.
Ora, oltre alla discutibile scelta di arrostire sul tetto di un palazzo, che non mi stupisce più di tanto poiché già visto in tempo di pace, queste persone non tengono in conto il fatto che i tetti non sono progettati per essere calpestati in massa e per farci balli di gruppo, mettendosi dunque pericolosamente a rischio.

https://bit.ly/2K3fvEV

Mia suocera beve, “dipende tutto dall’infanzia”

Con la #SquadraDeSilva abbiamo scelto di leggere con voi “Mia suocera beve” di Diego De Silva e dopo le pubblicazioni di Martina Guercio e Luciana Cusimano, tocca di nuovo a me. Siamo nel quinto capitolo che si chiama “Dipende tutto dall’infanzia”.

Come già detto, ambiamo alla vittoria, per cui lasciateci un like e fatevi un giro sulla pagina di Iorestoacasaeleggo per confrontare le nostre letture con quelle degli “avversari”.
Ciaooooo

Mia suocera beve, fine 2°capitolo

Come sapete sto partecipando al gioco promosso dal Comune di Isnello#IoRestoACasaEleggo.
Avevo scelto di leggere con voi “Mia suocera beve” di Diego De Silva e mi ero interrotto a pagina 6 del secondo capitolo che finisco in questo nuovo video.
Con Luciana Cusimano e Martina Guercio siamo la #SquadraDeSilva e ovviamente ambiamo a vincere quest’iniziativa. Per cui lasciateci un like e fatevi un giro sulla pagina di Iorestoacasaeleggo per confrontare le nostre letture con quelle degli “avversari” 

Io resto a casa e leggo Diego De Silva

Ciaoooo! Anche io partecipo al gioco promosso dal Comune di Isnello, #IoRestoACasaEleggo, per sentirci più vicini in questo momento di difficoltà dovuto all’emergenza “corona vairus”. (Potete seguire l’iniziativa qui)
Ho scelto di leggere con voi “Mia suocera beve” di Diego De Silva e mi auguro non me ne vorranno l’autore, e neppure la schiera di lettori professionisti che seguono questa pagina con i quali mi onoro di collaborare ogni giorno.
Come vedrete infatti, questa è solo una prova “poraccia” di lettura!!! Ma partecipare è bello e per Isnello, io ci sono sempre. Questo di De Silva è però un libro super divertente, frizzante, mai banale, che spero di condividere con altri compagni di strada che aderiranno alla “#SquadraDeSilva”.

Le pagine lette fin qui comprendono i capitoli :
– SULL’INOPPORTUNITÀ DELLE DOMANDE A PIACERE;
– IL COMUNE SENSO DELL’ESTETICA fino a pagina 12.

…continua…

Descrizione del libro

Vincenzo Malinconico è un avvocato semi disoccupato, semi divorziato, semi felice. Ma soprattutto è un grandioso filosofo autodidatta, uno che mentre vive pensa, si distrae, insegue un’idea da niente facendola lievitare. E di deriva in deriva va lontano, con l’aria di sparare sciocchezze dice cose grosse sull’amore, la giustizia, il senso della vita. Intorno a lui capitano eventi straordinari, ma più straordinari ancora sono i pensieri stravaganti e fuori luogo di cui ci mette a parte in tempo reale, facendoci ridere e riflettere, trascinandoci nella sua testa sgangherata e bellissima. Al centro del romanzo questa volta c’è un sequestro di persona ripreso in diretta dalle telecamere di un supermercato. Ad averlo studiato ed eseguito è il mite ingegnere informatico che ha progettato il sistema di videosorveglianza. Il sequestrato è un boss della camorra che l’ingegnere considera responsabile della morte accidentale del suo unico figlio. Il piano è d’impressionante efficacia: all’arrivo della televisione, l’ingegnere intende raccontare il suo dramma e processare in diretta il boss. La scena del sequestro diventa cosí il set di un tragicomico reality, con la folla e le forze dell’ordine che assistono impotenti allo «spettacolo». La sola speranza d’impedire la tragedia è affidata, manco a dirlo, all’avvocato Vincenzo Malinconico, che l’ingegnere incontra casualmente nel supermercato e «nomina» difensore d’ufficio. Malinconico, con la sua proverbiale irresolutezza, il suo naturale senso del ridicolo, la sua insopprimibile tendenza a rimuginare, uscire fuori tema, trovare il comico nel tragico, il suo riepilogare e riscrivere gli eventi recenti della sua vita privata (la crisi sentimentale con Alessandra Persiano, le incomprensioni dell’ex moglie e dei due figli, l’improvvisa malattia dell’ex suocera), riuscirà a sabotare il piano dell’ingegnere e forse anche quel gran pasticcio che è la sua vita.

Il coronacose

In questi giorni d’isteria generale giustificati dalla presenza del “coronavirus”, il nemico sei sicuramente tu. Sì sì, proprio tu che stai leggendo e probabilmente sfreghi le dita pensando a quando arriverà la stoccata nei confronti di “quegli altri” che di solito sono i protagonisti del cattivissimo me.

E invece questa volta parlo proprio di te. Di te che, inconsapevolmente, potresti essere il nemico della porta accanto, lo stronzo, il classico demente che lascia la caccola sotto al pulsante dell’ascensore aspettando il momento in cui qualcuno, probabilmente io, ci metterà le mani sopra. Lo stesso che sta pensando di leccarsi le dita al prossimo fonzies per poi passare il pacchetto all’amico affianco.

Già, perché l’italiano può rinunciare a tutto, ma non ad essere il sudicio di sempre. Il problema è l’altro, sempre l’altro. Ma l’altro chi?

E’ sempre lo stesso l’altro! Siamo noi! Quelli che sputacchiano per terra, che fumano in qualsiasi luogo e che alla prima occasione fanno inalare l’afflato tabaccoso al primo che passa. Tanto il fumo fa solo male, mica fa venire una polmonite!

Quell’italiano siamo sempre noi. Gli stessi che, per ragioni oscure, provano indignazione per le abitudini dello sconosciuto e poi, indifferenti, prendono il caffè accanto al netturbino in divisa che sta comodamente poggiato al bancone del bar, occupato a mangiare noccioline dalla tazza comune mentre con la mano rimanente sorseggia, ridacchiando a bocca aperta, una birra.

Attorno al “coronavirus” abbiamo creato una comunità fatta di alcol e spugnette, in fondo però, non abbiamo cambiato un cazzo. Chiunque procede con la sua quotidianità fatta di lerce abitudini, come appunto fumare in faccia alla gente, scaccolarsi e poi premere i tasti per scendere alla prossima fermata del bus o, appunto, sorseggiare una birra rilasciando percolato dalle scarpe anti infortunistica.

Eppure sembriamo crederci quando ci arrabbiamo per un colpo di tosse, quando guardiamo male quelli che entrano in farmacia o quando vediamo uno “stolto” appollaiarsi su una panchina. Sembriamo seri, ma non riusciamo intimamente ad allontanare il sudiciume.

Il “coronavirus” infatti resta un problema dello Stato, della Cina, di quelli che all’interno della “Zona Rossa” vogliono vivere una vita normale mentre dovrebbero starsene soli a casa a custodire in famiglia il virus. Che centriamo noi?

Solo diritti e legittime pretese.

Ad esempio, servono dei “baby sitter”, che segretamente chiamiamo insegnanti, ai quali affidiamo i figli perché a stare con loro ci rompiamo i coglioni (giustamente!) ed è per questo che facciamo petizioni per far smettere quest’emergenza!

Tra l’altro oh, quante firme servono per estinguere possibili pandemie da figli in casa!?

Che poi mi sorge un ulteriore dubbio: ma in estate, quando questi ragazzi c’hanno tre mesi di vacanza perché la scuola finisce, a chi cazzo li lasciamo?

Boh. Non si sa. Però intanto firmiamo contro questa emergenza di “coronacose” che crea problemi agli italiani, alle famiglie, al turismo, alle compagnie aeree, ai supermercati, agli ospedali, ai vecchi, ai diabetici e crea problemi a chiunque insomma, “non deve cambiare le proprie abitudini”.

Per fortuna ci pensarono i giornali a tamponare l’emergenza del cambiamento! Grazie per averci rassicurato al grido di: “ricominciate a sputare per terra, in Italia va tutto bene!”

Adesso però è tardi, la realtà ci sta sputando addosso, anche ripetutamente e vorremmo essere come quelli che mantengono le distanze dagli altri per natura, uguali a quelli che non si muovono dai confini se non per necessità e normali come quelli che comprano carta igienica a sufficienza anche in periodo di pace.

Già, di pace, perché questa è diventata una guerra all’ultimo respiro, è il caso di dirlo. Una guerra tra chi piscia al buio e chi piscia ricordandosi sempre che il prossimo a sedersi potrebbe essere lui.

Nel frattempo comunque, se dovessi morire, non pensate a me, ma a quelli che dovranno alzare la bara.

Rip.

La “delinquenza” al lavoro

La nuova “delinquenza” di Roma, si fonda sostanzialmente su due grandi categorie di lavoratori: quelli col furgone (e non mi riferisco solo ai corrieri) e le pseudo compagnie di sicurezza.

Entrambi infestano qualsiasi elemento del centro e non solo, con tracotanza e maleducazione, rendendo, quel che resta di una città ormai orrenda di suo (non devo specificare a cosa mi riferisco), un posto ancor più brutto.

Questi infatti, hanno preso possesso di qualsiasi strada, buco, passaggio pedonale, striscia di qualsiasi colore e forma, indifferentemente se per auto, bus, taxi, moto, disabili, insomma, hanno il pieno potere sulla mobilità cittadina, soprattutto del centro e in particolare del “triangolo d’oro”, cioè di quei luoghi che per naturale corso, dovrebbero essere il motore turistico, amministrativo, economico, politico della città.

Questa è la Roma che si vive ogni giorno, soprattutto per una utenza che già di per sé si trova a combattere con mezzi pubblici insufficienti, una rete metropolitana pessima, posteggi su strada pochi e a pagamento e parcheggi tipo il Saba di Villa Borghese che tanto vale che te la fai a piedi da casa, visto che non funzionano giornalmente i tappeti mobili e dove le scale mobili sono fuori uso da almeno due anni (sicuro da quando ci vivo).

Di questi tempi insomma, come se già non bastasse, ti mette a dura pure prova anche questa forma di “camorra” della mobilità che si permette di riservare per sé, e per i propri amici, amanti e parenti, qualsiasi spazio pubblico che potrebbe supplire alle mancanze strutturali o in altri casi, che cerca di metterti sotto ogni qualvolta intralci i loro propositi di record su strada, “tre metri per trenta”.

È va bé, si potrebbe continuare all’infinito, ma sarebbe inutile, più di quanto già scritto.

Sardine che si agitano nel mare

logo sardine palermo
logo sardine palermo

Qualche giorno fa, narrano le cronache, che a Palermo si siano ritrovate circa 4000 “sardine”, persone, che tutte messe insieme, formerebbero un banco contro la deriva “fascista”, di questo paese. Il movimento nato intorno ai social network, raccoglierebbe individui che spontaneamente si raccolgono nelle piazze a manifestare appunto, contro la prepotenza di nazione rappresentate dall’attuale “Lega” di Salvini ivi compresa tutta la sua compagnia al seguito.

Fin qui tutto apparentemente interessate, seppur, sento la necessità di evidenziare un paio di cose che ruotano attorno a questo ormai celebre movimento della gente. L’ennesimo.

La prima è che a Palermo, un modo per celare un accordo nato clandestinamente tra le parti, viene espresso dietro alla maschera di un celebre modo di dire che è “pasta chi sarde”. Con questa piccola premessa, vorrei illustrarvi intanto quello che mi è arrivato durante questa “celebrazione” del pesce, per poi arrivare ad alcune considerazioni più generali sui movimenti della “gente”.

Ad esempio, probabilmente ispirati dalla possibilità di un accordo pasta con le sarde, ecco che in quella piazza erano presenti alcuni esponenti di tutto l’arco costituzionale politico del panorama cittadino che avranno pensato bene, di mescolarsi al banco sapido delle sardine per colmare il proprio vuoto d’esistenza. E’ sempre bello farsi due selfie con tanta gente intorno, specialmente se in prospettiva ci si vuole ricandidare.

Tra la loro, per dire, non ho potuto fare a meno di notare attuali Sindaci, ex candidati a sindaco con il centro destra (eh si, alleati di Salvini), ex senatori del Movimento Cinque Stelle, gran parte della galassia dei defunti/rinati di Liberi e Uguali e tantissimi amici di Italia Viva, i renziani per capirci, che da veri appassionati della spesa “low cost”, probabilmente sono andati da quelle per verificare l’occhio della sarda. Ora, questo “neonato” movimento, e scusate il gioco di parole, “nato dalla gente”, altra frase che si una per celare qualcosa di uguale e non libero ma che deve apparire naturale, si é presento alla piazza sotto forma di tantissime persone e questo di per sé é l’unico aspetto che finora ho apprezzato. 

Quello che però non mi piace, oltre al succitato impasto di ex qualcosa, é per esempio l’aver fatto di una rappresentazione popolare, un “brand”. Già, perché al di là del fatto che sia nato ed esploso così in fretta, la cosa che mi incuriosisce di più é questo fatto che si é subito pensato di registrare il marchio delle sardine. In sostanza è come se domani mattina scorreggiassi sul bus, e la prima cosa che pensassi di fare, piuttosto che dimostrare che quella non é puzza, ma fragranza, fosse quella di registrare la macchia sulla mutanda, elevata a simbolo della forza aggregativa che pirito e merda hanno di suo per costituzione.

Quindi, per sintetizzare, neanche sono nati e pochi giorni dopo hanno sentito la necessità di brandizzare “piazza e gente” allo stesso modo di come si identifica e marchia un qualsiasi sottoprodotto da discount. Perché dico questo, perché trovo assurdo che la prima cosa che si sia pensato di fare di un sentimento, sia stato quello di rinchiuderlo all’interno di un brand rivendibile in qualche contesto, magari che ne so, sotto forma di magliette. E lo capisco che Ficarra e Picone lanciarono una bella idea parlando della fama di Che Guevara nel mondo della moda, ma si può veramente circoscrivere in un logo, una in una piccola “r” un sentimento?

Successivamente, la seconda domanda che mi pongo e vi giro è poi sempre la stessa, finita l’aggregazione contro qualcuno, l’idea, l’ideologia, qual é? Ho letto il manifesto, ne condivido alcuni punti ovviamente, ma ci si può presentare ancora dicendo no ai partiti, no ai simboli, no alle ideologie? Ma veramente siamo convinti che serva un qualcosa di già visto che non parli ad una visione del mondo?  Io credo proprio di no, perché la necessità di oggi che poi è quella di sempre é avere una visione del mondo, delle cose del mondo, del funzionamento del mondo! Un’idea, un’ideale di mondo, e non mi basta dire no a Salvini e alla sua Lega, per sentire appagato il mio desiderio di realtà! Non servono i simboli, servono simboli associati ad idee e quindi ad ideologie.

Il fatto di aver alzato immediatamente le mani davanti a domande che facevano riferimento alla vostra idea politica del mondo, mi mette più paura dell’idea inutile del mondo che hanno i seguaci di Salvini!  Perché di domande ne abbiamo tutti tante e a queste domande devono rispondere visioni precise del futuro, non l’unione sotto all’egida di un marchio (pure brutto eh). Qual é lo spirito che succede alla piazza? Qual é lo spirito che metterà un qualcosa di concreto tra gli ex di tutto? Perché attenzione, quelli di cui parlavo sono già al loro posto in prima fila, non é che li schioderete così facilmente. Sono gli stessi che hanno ucciso qualsiasi argomentazione su ambiente, politica, dignità, lavoro e così via.

Nella vostra azione, al momento, ho visto solo la nascita di un marchio, di un logo, di un claim e di una piazza, piena, per carità, ma che risponde esattamente a schemi già visti e rivisti decine di volte! Sarete stati anche bravi a far presenziare tutte le ex al vostro “Life Achievement Award” riunendole al tavolo come un Jack Nicholson qualsiasi, ma non è sufficiente; sicuramente non è stimolante trovarsi in una piazza e rivedere le solite trite e ritrite facce tristi del fallimento. Questo lo abbiamo già visto decine di volte, in Sicilia poi migliaia; abbiamo avuto lenzuoli, forchette, forconi, onde e ora non ci mancavano pure i pesci.  Che poi anche a me piacciono le “idee” che vengono dalla “gente”, mi piacevano pure i “Cinque Stelle”, poi ne hanno voluto fare un brand senza identità e il risultato si é visto.

Mi piacevano pure le “forchette rotte” (non è vero), solo che già le vedovo posizionate alla destra della portata e infatti…  Mi vorrebbero piacere ancora le piazze, ma se a riempirle ci saranno sempre le questioni contro e mai le questioni pro, allora mi dispiace, ma fazzu a sulu, in solitaria.

Occhiu vivu!