Il Cannolo di Piana (degli Albanesi)

Cannolo di Piana degli Albanesi

Nell’immaginario collettivo, quando qualcuno racconta di essere siciliano la prima cosa a cui ti associano è il cannolo. Di per sé la cosa non sarebbe male: questa nuova associazione di idee stereotipate sui siciliani, infatti, ha ribaltato una classifica che noialtri non gradivamo tanto.

Ce n’è voluto di tempo, ma alla fine la ricotta ha dominato su tanti altri luoghi comuni sulla Sicilia e la sua gente! Quindi, quando dico che vengo dalla Sicilia, sottintendo cannolo. E’ una formulazione di pensiero automatica che ormai è evidente persino a me, che fino a vent’anni non apprezzavo nemmeno questo capolavoro della pasticceria nostrana. Ancora adesso non saprei spiegarmi il perché di tale ragione, ma dopo i vent’anni ho scoperto di aver perso un pezzo importante della gioventù, come quando sei fidanzato per tanto tempo e lei alla fine ti lascia per uno appena incontrato sul treno.

Ecco quell’amarezza lì che però ho superato nel Natale 2001, proprio dopo aver rotto con la mia ex – vedi il caso – quando per la prima volta sono entrato nel trip della ricotta di pecora mescolata in un’alchimia con zucchero e gocce di cioccolata, e confezionata ad arte all’interno di una cialda croccante e fresca, che al solo morso ha cancellato due anni di inferno e regalato la felicità eterna di una nuova dipendenza.

Il cannolo di Piana degli Albanesi da allora è la mia “droga dolce”! Girano tante leggende sui cannoli di Sicilia, tipo che il dolce chiamato cannolo di Dattilo (TP), sia il migliore: tante storie a mio avviso narrate per creare un senso di concorrenza che in realtà non esisterà mai. Perché semplicemente nella mia regione ogni provincia ha le sue peculiarità a cui il cittadino resta legato e affezionato sia in terra natale che al di fuori di essa.

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Il trionfo degli anelletti al forno. Leggilo su Prodigus.it

Trionfo degli anelletti

“Il Signore degli anelli” di J.R.R. Tolkien, presumibilmente è stato pensato in Sicilia ed in particolare ispirato ad uno dei principali pastai di Palermo. Non trovo altra spiegazione al fatto che l’unica regione d’Italia in cui si trovano e si consumano gli anelletti di pasta, sia la nostra. Eppure, nonostante questo, i pastifici più antichi e importanti del territorio, lottano con la crisi di questo nuovo decennio e purtroppo, tanti hanno chiuso o stanno per chiudere i battenti.

Nonostante questo, la pasta al forno, anzi, gli anelletti al forno alla palermitana, e sottolineo alla palermitana, non cesseranno mai di esistere, un po’ come la mia fame.

Se dovessimo fare un’intervista all’anello, sicuramente si vanterebbe delle sue tante qualità; la sua perfezione circolare, lo spessore corposo, la resistenza al forno, il suo essere tutt’uno col pisello, un saturno sui nostri piatti.

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Scopri la pasta con la glassa su Prodigus.it

pasta con la glassa

Cremosa, saporita, gelatinosa, arricchita con caciocavallo grattugiato e prezzemolo fresco: la pasta con la glassa è, senza che nessuno si offenda, il mio primo preferito!

Già con il nome “glassa”, questo piatto si presenta agli avventori come qualcosa di succulento e appagante, ma al di là di ciò che state pensando, con glassa palermitana non ci si riferisce al bianco zucchero che ricopre tanti dolciumi locali: è infatti un sugo che nasce dal recupero di un secondo piatto a base di carne, l’aggrassato – anche conosciuto come agglassato.

La glassa invero è il risultato di uno spezzatino di manzo e patate che, sfilacciato a dovere e ben intriso di liquidi, muta dal suo aspetto primario a tocchetti in una sorta di crema lucente e profumata, di color oro, che si presta perfettamente a divenire parte di una nuova ricetta.

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L’isola delle …sarde!

isola delle sarde - prodigus

Pubblicato su Prodigus.it un mio nuovo pezzo, con ricetta al seguito con la preparazione della pasta con le sarde e delle sarde a beccafico. Se vi va e ve lo consiglio, leggetelo. Questa volta, rispetto al solito, dovrete registrarvi al portale, poiché le sarde sono un contenuto riservato agli iscritti.

La sarda è un pesce azzurro, a mio avviso, ancora poco apprezzato, seppur diffusissimo nei nostri mari, nonché un vero must in tante ricette della tradizione siciliana. A suo favore non c’è solo l’intenso sapore, ma anche un prezzo accessibile ed un ottimo apporto nutrizionale. Oggi la sarda è fiera protagonista della tavola che prende ispirazione dalle ricette della cucina povera locale, ma è diventata al tempo stesso oggetto di rivisitazioni gourmet, ricercate e moderne.

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Uomini dal sapore forte

Uomini dal sapore forte

In treno ho provato sulla mia pelle, anzi sul mio naso, che l’essere umano può arrivare a puzzare in milioni di tonalità agre, diverse, alcune ancora non classificate e può farlo ogni giorno. Uomini che riescono ad essere il tuo primo malessere del giorno.

Nuance innaturali che vanno dal polpo bollito al curry dolce e piccante, dalla mortadella al salamino in stagionatura fino ad arrivare al classico piscio in camicia.

È una vita difficile quella del profumo sul treno, riuscire a coprire un odore speziato è un’impresa non facile. Ancora più difficile è quella del naso, con le narici che pizzicano manco avessero degli habanero chocolate poco più sotto.

Odore di castagne al fuoco, cantavano i “cugini di campagna”, odore di frittata al forno canterei io.

Come si fa ad emettere odore di polpo bollito alle sei e dieci del mattino? Doccia mancata? Pigrizia da sapone? Shampoo troppo caro? Uomo che aspetta altro uomo nella doccia con fare minaccioso? Vestiti usati per coprire le pozzanghere al fine di far attraversare graziose ragazze? E l’alito? Cazzo hanno fatto alla bocca? Non c’è stato il ritiro dell’umido?

Non lo so. 
Fatto sta però che iniziare la giornata con i conati di vomito non è proprio il massimo.

E sta arrivando la primavera e già sento il fresco profumo di natura animale.

“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione” diceva Josè Saramago, sottintendendo, a mio avviso, che il ricordo più vivido che ne resta, probabilmente, è l’olezzo.

Sta arrivando la primavera, e già sento il fresco profumo di natura, sì, ma da animale in libertà.

Panelle & Crocchè

Panelle e crocchè

Palermo si può considerare a tutti gli effetti una delle capitali gastronomiche del cibo da strada del nostro paese: l’infinita varietà e variabili che riesce a proporre sono solo raramente eguagliabili a qualsiasi altra regione. Noi stessi, con questa rubrica, ne stiamo raccontando man mano, la grande varietà, tradizione e succulenza che sprigiona. E quando parlo di street food, se penso alla mia città, la prima cosa che mi viene in mente è il panino con le panelle (e crocchè).

La panella è una frittella di farina di ceci ed acqua, di forma rettangolare (talvolta anche a triangolare o rotonda), più o meno della grandezza di una carta di credito. Al suo fianco, come una sposa, ci sta quasi sempre “la crocchè”, piccolo cilindretto fritto a base di purea di patate e prezzemolo. Insieme, il Re e la Regina del capoluogo siciliano, formano un duo completato in trio insieme al principe limone. Carrozza di quest’unione, la mafaldina o la moffoletta, sofficissimi panini al sesamo, all’interno dei quali – quasi fosse la loro personale carrozza – sono soliti viaggiare.

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L’effetto acquario su un treno per Rebibbia

L'effetto acquario su un treno per Rebibbia

Fare molti spostamenti quotidiani, ti regala una visione diversa della città in cui risiedi. Ad esempio, stare seduti in metro, e quando vi capita sta botta di culo, vi consente di avere una prospettiva sulle banchine d’attesa, che io chiamo appunto “l’acquario”. 

Un punto di vista del tutto differente rispetto alla corsa in piedi e che oggi, con un po’ di attenzione in più del solito, mi ha regalato una nuova suggestione sull’essere umano.

Se infatti è del tutto normale aspettare una metro, salire sulla metro, scendere dalla metro, è assai più interessante osservare dall’altro lato della barricata, seduti, ad osservare cosa succede a chi sale e chi scende da quel treno.

Quando infatti il viaggio assume la sua dimensione monotona è all’ispezione dello spazio che consegniamo lo scettro del nostro tempo. E’ alla vista che affidiamo le chiavi della nostra sopportazione all’inefficienza dei trasporti, di quegli spazi mobili angusti e puzzolenti.

Durante gli spostamenti, in genere, non accade nulla di interessante, al massimo, provi a flirtare con la tedesca di turno, che ovviamente, non ti caga di striscio. Puoi sgomitare per sederti lì dove quel vecchio s’è appena alzato o lottare per sopravvivere all’ascella del ragazzetto di fianco. Un primo segnale questo, che forse con le branchie, i viaggi in metro, avrebbero un sapore, anzi un odore, del tutto diverso.

I pesci, c’avete mai pensato ad una metafora tra gli uomini in attesa di qualcosa ed i pesci spensierati in un acquario? Io sì.

Eccomi arrivare alla fermata successiva, una di quelle grandi, dove l’attesa alla banchina è nervosa come un’entrata sul palco del Colosseo. Dietro, davanti, di lato. Chiunque ti spinge, ti scosta, ti supera. E poi arriva il treno per Rebibbia.

Le persone si muovo ipnotizzate e sincrone, come un banco davanti alla preda, sul treno in frenata. Per capirci, immaginate quello spostamento simultaneo dei pesci verso il padrone che si avvicina col cibo, pronti ad arrivare per primi. Nell’uomo, l’obiettivo è la porta. Poi, una volta spalancata l’entrata, tutti a fiondarsi sull’unico spazio rimasto, fino a morire.

La prova certa che l’uomo, come affermato in uno studio di qualche anno fa, discende dai pesci e non me ne vogliano le scimmie. 

Buona serata e buona piccola visione.

Pendolare senza ritorno a Roma

Pendolare senza ritorno

Conoscete quella sensazione che si prova a nascere in una terra che non offre alcun collegamento veloce con il resto della nazione? Ecco quella curiosità che vi coglie, guardando film, tv e persino notiziari, dove pendolari per amore, per lavoro o semplicemente per vivere, passano un po’ del proprio tempo su un treno.

Beh, prima di lasciare la Sicilia avevo sempre immaginato, forse sognato, un giorno, di vivere il viaggio come esperienza del quotidiano, insomma, sognavo di fare il pendolare.

Lo anticipavo qui, adesso ve lo racconto.

Se anche voi, come me, siete nati al sud, anzi in Sicilia, allora leggendo questo post, capirete bene di cosa parlo. Di come ci si immagina il mondo, di come si muova questo mondo che noi chiamiamo “continente”,  come ad indicare la distanza tra lui e tutto ciò che sta fuori dalla nostra regione. 

Quello che non potevo immaginare, pur essendo un tipo “informato” è che in realtà, dietro alla vita del pendolare si nascondono nervosismi che neppure lontanamente possono essere condivisi da chi, per lavoro in particolare, non è costretto ad utilizzare il mezzo pubblico di una grande città.

Quando stavo a Palermo, immaginavo queste giornate che scorrevano scadenzate dal ritmo del treno, giornate che nascevano e morivano con i titoli di coda, un fischio in lontananza e una paletta sul cielo. Immaginavo che alla fine sarebbe stato comodo spostarsi senza doversi preoccupare del parcheggio, del parcheggiatore e dei parcheggianti. 

Credevo, illudendomi, che per compiere un tragitto, avrei impiegato il tempo necessario; arrivare a piedi, salire e scendere dal treno.

Per carità, avevo sempre ipotizzato che quella del pendolare fosse una vita di sacrifici enormi. Sapevo che almeno in termini di tempo rinunciasse, per dire, ad un ora di sonno, di famiglia, di libertà, per compiere il “viaggio”. Uno spostamento necessario per tutti, ma che lo avrebbe portato in prossimità del luogo di lavoro senza alcuna altra preoccupazione. Allo stesso tempo pensavo alla mia di vita, passata ad urlare, controllarmi sui fianchi e divincolandomi dal cretino di turno. Guidando nervoso e stressato sotto il peso traffico.

Pensavo dunque che ci potesse essere un’alternativa felice a quelle cose che noi, al sud, in genere, facciamo in auto o al massimo, con l’auto di un altro e comunque entro tempi ragionevoli, posteggiando, nel bene e nel male, in prossimità dell’ingresso di qualsiasi luogo.
Ecco. Queste cose così. 

Quello che non mi aspettavo sono le incognite lungo il tragitto. Naturali, per carità, ma che fossero superiori alle certezze, quello no. Che ne so, ero convinto di prendere il treno delle 6.20, mi aspettavo di arrivare alle 7.35 a destinazione, compiendo appunto, quell’ora di tempo (chiaramente per il mio caso) che mi serviva, secondo fonti ufficiali, a percorrere il tragitto casa-lavoro e viceversa al ritorno.

Era appunto pensiero. Poi c’è la realtà. Quella che scopro ogni giorno.
E allora, giusto per rendervi partecipe di ciò che significa essere pendolare da queste parti, vi racconto qualcosa di ciò che è successo nell’arco di un mese, percorrendo il tragitto che porta da Orte a Fiumicino, lungo la linea ferroviaria e poi da Tiburtina a Piazza di Spagna, attraverso la linea metropolitana.

Intanto, per comprendere meglio questa storia, è giusto sapere che all’interno della città di Roma ci si può muovere, oltre con i tradizionali Bus e Tram insieme a tre linee metropolitane, la A, B e C ma anche treni urbani chiamati FC ed FR che fanno tappa in alcuni punti della città e della provincia (per approfondire qui ci sono informazioni utili ) anche con le auto in sharing.

Me cojoni! Starete pensando voi. L’ho pensato pure io mentre scrivevo il paragrafo precedente e l’ho pensato pure per quasi quarant’anni quando nella capitale, ci venivo da viaggiatore occasionale. E lo penserei ancora sapendo che a Palermo ci si continua a muovere prevalentemente con mezzi propri nonostante la nuova grande ztl ed il “magnifico” tram. 

La prima cosa che ho imparato a mie spese, è che un orario non vale un orario. E non intendo la differenza tra ora di punta e l’altra, parlo proprio di ore in termini di spreco di tempo. Scegliere l’orario giusto infatti, è strategicamente determinante per la sequela di eventi che potrebbe capitarvi. L’ora che stimavo necessaria via via è diventata il doppio e non perché sia stato scarso nel calcolarla, bensì perché un imprevisto tipo, in territorio romano, vale almeno un’ora di ritardo sulla tabella di marcia. 

Fermata ponte lungo - pendolari

Ammesso che vi vada bene ciò che farete nel tentativo di rimediare.
Se vedete difatti gente per roma che sembra sul punto di cagarsi addosso, in realtà, sta solamente compiendo uno dei riti quotidiani di migrazione casa-lavoro.

E no, a Roma non c’é una grande “evacuazione” di massa, ve lo confermo. Chiappe strette, per diminuire l’attrito e zaino incollato al corpo. Si corre, corriamo, superando chiunque, pure noi stessi ormai schiacciati dal passo successivo.  Si corre, come se fosse l’ultima volta che facciamo qualcosa o appunto come quando, quel qualcosa, potrebbe farci passare un brutto momento.

Sembra tutto stereotipato, raccontato per scrivere e riempire due righe, eppure, vi giuro, è veramente così, sempre, ogni giorno. Roma è una nuova Milano, inghiottita dal suo grigiore e ormai, con le sue paure. 

Una volta qui, ci si abitua, neanche te ne rendi conto. Pure ioche vengo dalla terra della lentezza, dove la pausa caffè prevede la pausa ammazzacaffé, che prevede un quarto d’ora per la sigaretta. Anch’io cammino all’ultimo sorpasso di una vecchia, una giapponese in preda ad un raptus da selfie, un turista in preda al calzino impigliato sulla fibbia della ciabatta.

L’incognita infatti è sempre l’umano più avanti. Il tragitto casa-lavoro è un episodio di “Fast and Furious” ma a piedi con il turbo a nitrocaffeina. Siamo costretti dai tempi. Se perdiamo la corsa, chissà cosa può capitarci più appresso.

So bene che ciò che scrivo può sembrare uno sproposito. Ma giuro che in questo brevissimo lasso di tempo, ho avuto modo di sperimentare che un’ora, è soltanto una cifra, una stima che mi sento di riportare a seguito di una media di calcolo fortunata. 

Mi è altresì capitato che un pomeriggio, improvvisamente, i treni, abbiano smesso di funzionare per tre ore e che, ancora più inspiegabilmente, sullo stesso binario, unico in quel tratto, transitassero in orario, manco fossero quelli speciali del Dvce, i treni “Leonardo express”, che muovono i passeggeri dalla stazione Termini a Fiumicino senza fermate intermedie. 
Un mistero.

I passeggeri più maligni paventavano astratti contratti e clausole di rimborso per i viaggiatori ritardatari verso gli aeroporti muniti di biglietti di imbarco e dunque, di conseguenza, malevoli tentativi della compagnia ferroviaria di nascondere inefficienze della linea urbana, dietro improbabili guasti. Sono voci e le riporto come tali, senza alcuna prova e senza alcun oggettivo riscontro. 

Fatto è però, che pareva assai strano che un binario bloccato da un treno guasto, fosse allo stesso tempo funzionante per un altro treno. Assai strano ripeto.
Mentre ero li intanto, nessuno era in grado di spiegare in modo razionale la cosa, men che meno il personale delle ferrovie che in queste occasioni passa in modalità “aereo” o per capirci meglio, Messina Denaro che nel momento in cui lo becchi sta già in modalità Provenzano. 

PendolariUn’omertà insopportabile, utile soltanto ad accrescere la rabbia e lo svilimento per situazioni imprevedibili, e ci sta, e continue, e qui mi incazzo.
E quando uno si incazza, crede più’ facilmente ai complotti. Pure quando non sono supportati da niente e a proporli sono dei pazzi. E la voglio prendere larga.

Già, perché il giorno prima la stessa tratta era stata colpita da un presunto fulmine che ne avrebbe interrotto la corrente, causando, nel pomeriggio poi, avrebbe causato disagi. Guasti successivi, verificatesi nello stesso orario in giorni diversi, sempre dopo le 17, come quando transitavano soltanto i “Leonardini”.  Coincidenze, per carità. Ma quando uno è incazzato…

Casi, imprevedibili, come quello accaduto ancora il giorno precedente della stessa settimana, quando una gelata, oh una gelata eh, ha bloccato i treni del mattino facendoli ritardare di trenta minuti ciascuno. Pensate cosa direbbero gli svedesi di noi.

E casi, prevedibili, come il venerdì della settimana precedente, quando uno sciopero sindacale ha rallentato tutto il sistema di mobilità pubblica senza una via d’uscita.

Capii dopo perché nei giorni precedenti lo sciopero, sentivo un vociare continuo dalla quale usciva sempre la parola ferie. Ferie ovunque, udivo quella parola come si sente natale a dicembre. Ci si preparava ed io non capivo. Arrivato il giorno, compresi il motivo di quel tanto discutere. Chi poteva se ne stava a casa, al calduccio. Senza preoccuparsi e senza doversi preoccupare di sopperire alla negligenza, non di chi ha il diritto di scioperare, sia chiaro, ma del resto.

Una mobilità scassata ed indispensabile per muoversi all’interno di una ztl che non ti permette di accedere al perimetro cittadino, rintanati, manco fossimo sotto l’assedio dei barbari.

Barbari a cui auguro di non avere disabilità, perché sappiano che quasi tutte le scale mobili della città sono guaste, anzi, “out of order” come amano scrivere qui, fuori servizio.

Come quelle che conducono da piazza di Spagna al parcheggio di villa Borghese, che tanto vale lasciare l’auto direttamente sotto casa che farsi un chilometro sottoterra facendosi scalinate che manco a Sanremo o come quelle che crollarono nel pre-partita di una partita della Roma, che causarono qualche ferimento e il sequestro dell’intera fermata “Repubblica” di cui non si hanno notizie se non che è stata “momentaneamente soppressa”.

Per non parlare dei misteri della linea metropolitana B, unico caso al mondo di cinque minuti d’attesa che diventano dieci, manco fosse un panificio col pane in forno, ma anche l’unico caso che conosco di stazione che non annuncia ai passeggeri in attesa che è inutile che aspettino in banchina perché un guasto, un altro, ne ha bloccato le corse da più’ di venti minuti.

Che poi se non fosse che si viaggia schiacciati come sardine, che ti scippano, che ti spingono, che tutto puzza come una conceria del maghreb, alla fine i mezzi che offre Roma sarebbero anche utili.

E va bé, ammetto di essere polemico.
Polemico al punto da cambiare ogni mattina la tratta, manco fossi Paolo Villaggio in Fantozzi, alla ricerca di un minutaggio ottimale e ottimizzato, per percorrere la tratta casa-lavoro, cercando di sprecare il meno possibile un patrimonio di minuti che di solito amo dedicare alla colazione.

Eh no. Non me la merito la colazione in questa città. Perché a Roma auguriamo di non fare la stupida la sera, ma è la mattina che dovrebbe evitare di fare la zoccola. Ah le zoccole. Che belle le zoccole sulla salaria. Le vedo ad ogni ora del giorno, quando, bloccato nel traffico, ci teniamo compagnia.

Ma lo so, lo so, che le grandi città sono piene di problemi. L’ho sempre saputo, Palermo è grande, non grande grande, quanto Roma, ma grande. Ma pure Parigi è grande, e non ho mai sentito Parigini lamentarsi che la mattina spariscono i treni senza alternative per andare a lavoro.

Eh no. Forse si lamentano in francese, i francesi.

P.s.
Il pezzo é stato scritto tra un’attesa e l’altra, in ogni caso, o sui treni o in stazione. Il tempo c’è stato.

“Stranger scary”: sopracciglia pericolose

"Stranger scary": sopracciglia pericolose

Secondo uno studio che ho ultimato questa mattina, pochi minuti fa, anche in questo istante, la forma delle sopracciglia “innaturali”, vorrei dire anche sovrannaturali ma in realtà soltanto sovra cerebrali, rende le espressioni delle persone stupide.

Alle volte anche eccessivamente stupide e pure stupite.

Nel mio caso poi, le trovi sul treno Orte-Fiumicino quando per tutta la tratta, ti accorgi che qualcuno, insistentemente, ti osserva con fare stupito. Tu cerchi di capire, indagare e nel frattempo ti fai delle domande. Poi ti sovviene un’idea, qualcosa che non quadra c’è. Li osservi e sembrano il “Joker” interpretato magistralmente da Jack Nicolson nel “Batman” di Tim Burton. Solo che il sorriso ce l’hanno in fronte mentre le labbra stanno cucite. 

Allora pensi al fattore meno piacevole, c’hanno un problema diverso. Ma no! Si vede che non è un fattore involontario. Dietro c’è uno studio, una mano o forse due. Te lo dicono quei peli arrotondati, tirati, a volte smontati, visibili e impossibili da ignorare. Ti fanno pensare al peggio, ma sono già loro il peggio.

Insomma, c’è un problema di evidenza. Uno di quelli che dovrebbe essere tale anche al possessore di quegli sguardi di plastica che simulano opere d’arte contemporanea, da museo delle cere. Un’offerta al pubblico, spero gratuita, realizzata dal/dalla estetista, amica, amico, sorella, della signora e, ahimè, sempre più’ spesso del signore, difronte a me.

Un disegno che definirei non propriamente riuscito, anzi per niente.
Resta poco da fare dunque. Ormai è successo. Per il futuro però, se posso darvi un consiglio, se vi rispecchiate in questo scritto, fatevele due domande e cambiate estetisti. Se per voi è veramente troppo importante, proprio dovete, fate in modo che siano bravi, di quelli veri. Non fatelo da soli e non fatelo fare al primo parente o amico che passa. 

Smettetela di mozzarle, arcuarle, arrotondarle, etc etc, che poi appaiono modificate con gli strumenti “clipart” di word ’98. Non era bello vedere quegli obbrobri nei loghi fatti in casa, figuratevi in faccia.

Non siete proiettati in una puntata di “Stranger Things” con gli anni ’80 davanti. Siete in un treno che da Orte vi porta a Fiumicino e nella migliore delle ipotesi, state andando a lavorare. E non è bello lavorare quando Jack Nicholson ti osserva in modo inquietante e stupito. Figuratevi sul treno, quando vi siete alzati da dieci minuti ed il vostro astante non ha ancora preso neppure il primo caffè. 

E per gli uomini, che già dovrebbero evitare interventi sulle sopracciglia a prescindere, smettetela anche d’usare i “mennen’s” del supermercato ricevuti a natale degli anni ’90. Non è che per forza, dico per forza, siete tenuti ad usare un regalo. Non appestate l’aria. Il profumo serve ad inebriare, non sostituisce l’odore di capra con quello del wc.

Ma di questo parleremo più avanti.

A buon rendere. Buona giornata

I giga di Salvini

I giga di salvini

Da quando Matteo Salvini è alla ribalta, una domanda ce la facciamo sicuramente tutti: ma quanti cazzo di giga c’ha?!? Cioè io mando due foto, attivo due chat e una sbirciata su instagram e ammesso che la linea prenda, sono subito a secco!

Sarà passato ad Iliad? Minchia una linea francese in Italia di questi tempi è uno smacco.

Che smacco.

I francesi dovrebbero ritirarci le linee, che per gli italiani sarebbe un gesto con una valenza sicuramente superiore del ritiro dell’ambasciatore. Ah gli italiani. Prima loro, dietro tutti gli altri.

Dietro pure quelli che le dirette di Salvini non se le guardano. Cornuti.

Ma che ve lo guardate a fare Salvini? Sprecate i giga per Wanda Nara. Ha pure più senso una pippa con Wanda Nara. Che piacere c’è a masturbarsi guardando il ministro degli interni? Nessuno. Manco se siete della “postale”. 

Che poi Salvini ce l’avrà la divisa della polizia postale? Boh. Che domande del cazzo.

Comunque magari un tempo, forse, sarebbe stato eccitante una pippa pensando al Ministro. Ah no, prima c’era Alfano. 

Minchia Alfano. Non ci pensavo più ad Alfano. Quando c’era Alfano però non c’avevamo cinquanta giga al mese offerti da Iliad! Pensate! Nessuno poteva sprecare giga per guardare Salvini in piscina, Salvini con la nutella, Salvini con la divisa, Salvini allo stadio, Salvini che si fa un selfie mentre gli altri lo fotografano con la cover del cellulare di “#iostoconSalvini” e così via.

Sto pensando che forse era meglio quando c’era Alfano? No va bé lasciamo stare.

Comunque vedete che alla fine i francesi qualcosa per gli italiani l’hanno fatta?Allora prima i francesi, prima gli italiani. Più Wanda Nara e meno Salvini.

Restate connessi.

Ah no. Evitate. Non è cosa vostra.